Mercoledì 23 Gennaio 2019 - 22:50

Emilio Fede, protagonista dell’informazione

Emilio Fede (nella foto) è giornalista e scrittore. Oggi è il direttore artistico del teatroBolivar. Collabora con Rai 2 come inviato della trasmissione “Quelli che dopo il tg”.

«Nasco a San Piero Patti in provincia di Messina. Mi sento un ragazzo di provincia che ha avuto una grande fortuna e che ha adottato per la sua vita la massima di un grande ispiratore religioso: “se lungo la strada incontri un viandante, non gli chiedere da dove viene ma dove va”. In quel paesino arroccato sulla montagna sono cresciuto con i nonni paterni e ho cominciato il giornalismo quasi per gioco, ma mica tanto».

In che senso?

«Quando ci fu il referendum Monarchia e Repubblica in piazza fu organizzato un “comizio”. L’oratore tardava a venire e vedevo la gente impaziente. Ero per la Repubblica e tenevo un fazzoletto tricolore con l’edera al centro che mi ero fatto fare da mia zia. Salii sul palco e cominciai ad arringare la folla contro le ingiustizie e la distinzione delle persone per ceto sociale. Ai due lati della piazza c’erano il circolo operaio, al quale apparteneva mio nonno, e il circolo dei nobili. Dissi basta con i titoli nobili e tutti mi vennero dietro e cominciarono ad abbattere gli stemmi araldici. Avevo solo 15 anni. Mio zio preoccupato che mi potesse accadere qualche cosa, mi mise su un pulmann e mi mandò a Barcellona Pozzo di Gotto, a casa dei nonni. Così è nato questo sentimento di raccontare la gente nel rispetto sociale di chi ha bisogno di tutto».

Quando ha cominciato a scrivere?

«Quando ero a Barcellona, per il giornalino della classe. In seguito a un’eruzione dell’Etna fuggii di casa per raggiungere Bronte, paese alle pendici dell’Etna, per poter testimoniare dal vivo l’evento. Sul posto trovai una troupe cinematografica, all’epoca non c’era la televisione. Stavano organizzando la marcia per arrivare al rifugio La Sapienza che è l’ultimo raggiungibile. Dissi al capo della troupe che ero un giornalista e gli chiesi se potevo aggregarmi a loro. Mi guardò e mi rispose: “l’unica cosa che puoi fare è spingere il mulo montato dall’operatore”. Era poliomelitico. Metaforicamente nella vita bisogna spingere il muro».

Dopo un periodo di collaborazione con il Corriere di Roma andò a vivere nella Capitale. Quale fu il suo primo giornale?

«Aiutavo Giorgio Salvioni che curava la rubrica Vita in città. Andavo in giro nei grandi alberghi. Notavo i personaggi importanti che arrivavano e che partivano e gli davo le notizie».

Poi incontrò il giornalista e scrittore Giancarlo Vigorelli.

«Era il direttore del Momento di Roma. Mi volle con lui. Apprezzò come scrivevo e mi affidò la terza pagina. Fu la svolta».

Perché?

«Mi mise in contatto con giornalisti della cronaca del Messaggero e lo storico direttore Mario Missiroli mi assunse. Quindi andai al Giornale d’Italia e poi alla Gazzetta del Popolo a Torino, dove ho fatto l’inviato di cronaca, e a Gazzetta Sera. Rientrato a Roma, fui chiamato a collaborare con la Rai e facevo i servizi televisivi per il Tg1. Quando arrivò il direttore Enzo Biagi, che aveva visto i miei servizi per la rubrica Tv7, volle conoscermi. Mi convocò nel suo ufficio e mi disse che ero un ragazzo in gamba, gli piacevo. In mia presenza telefonò al direttore generale Ettore Bernabei e gli disse: “nella riunione di domani assumiamo Emilio Fede”. Iniziò il mio percorso positivo e prestigioso al Tg1 che culminò con la mia nomina a direttore».

Quando avvenne?

«Con la crisi della P2. Tra i personaggi coinvolti c’era Franco Colombo, cugino di Emilio Colombo, ministro della Democrazia Cristiana. In un’assemblea piuttosto infuocata fu costretto a dimettersi e si decise di dare a me la carica di direttore del Tg1. Era un momento molto difficile. Quando lasciai l’incarico, Bernabei nella lettera che mi scrisse, tra l’altro, disse: “in un momento difficile per il Paese lei ha avuto l’abilità e la capacità di dare corretta informazione”».

Lasciata la direzione del Tg1 che cosa fece?

«Realizzai il mio sogno: diventare inviato. Chiesi di andare in Africa al posto di Carlo Bonetti che era andato via. Ho avuto il primo e unico contratto della storia della Rai come corrispondente itinerante per l’Africa nera. In otto anni ho visitato 44 paesi. In quel continente ho vissuto guerre, ho conosciuto tutti i grandi personaggi, sono saltato su una mina in Angola, sono stato catturato, arrestato ed espulso. Avevo raccontato che a Bloemfontein, capitale del razzismo, era stato annullato, il giorno prima, il concerto di Eartha Kitt, una grande cantante di colore, perché non erano riusciti a costruire una toilette per i neri. Sono scampato per miracolo a un disastro aereo insieme alla mia troupe. Dovevamo prendere un Jumbo della Lufthansa. Arrivammo tardi all’aeroporto e non vollero farci salire sull’aereo nonostante non fosse stata ancora ritirata la scaletta. Dopo avere percorso 4/5cento metri sulla pista l’aereo esplose. Morirono 350 persone e quaranta sopravvissuti erano delle torce umane. Volevamo soccorrerle ma era impossibile perchè la pista era bollente. Ho girato la scena ed è stato il servizio più drammatico che è stato visto nel mondo».

Ripresa la vita di giornalista Rai ha fatto Cronaca, la rubrica Sprint con Antonio Ghirelli e Maurizio Barendson e Tv7 firmando tante inchieste clamorose. Quella del 28 maggio 1981 è impressa nella memoria della nostra generazione, inclusa la mia. Ce la ricorda?

«Durante la riunione di redazione chiesi che cosa ci fosse di nuovo. Piero Badaloni mi disse: “direttore c’è la notizia di poco fa che un bambino è caduto in un pozzo artesiano a Vermicino e lo stanno per tirare fuori”. Gli risposi di andare subito sul posto a fare la diretta. La vicenda fu seguita ora dopo ora fino a quando il direttore Willy De Luca mi chiamò dall’estero e mi disse di chiudere perché stavo incasinando il palinsesto. Stavo per farlo ma mi chiamò il segretario generale del Quirinale Antonio Maccanico. Mi informò che il presidente Sandro Pertini stava andando sul posto. Naturalmente non interruppi la trasmissione e, tragedia nella tragedia, Pertini arrivò quando il povero bambino era stato agganciato da un soccorritore che l’aveva raggiunto. Si sentì la sua voce che urlava: “l’ho preso, l’ho preso, lo tengo afferrato per una mano”. Una pausa e poi: “l’ho perso” e la vocina terriorizzata del bimbo: “aiuto muoio”. Così morì Alfredino Rampi, in diretta davanti a circa 25 milioni di spettatori ».

Ha avuto anche il privilegio di seguire nel mondo il grande statista Aldo Moro.

«Ero tornato a fare l’inviato. Moro, ministro degli Esteri, aveva detto ai vertici della Rai che voleva soltanto me al suo seguito. Sono stato con lui in tutti i viaggi che ha fatto».

Arriviamo a Silvio Berlusconi. Quando lo ha conosciuto?

«Ricevetti una telefonata da Urbano Cairo che era il suo assistente e portavoce. Mi disse che il presidente voleva vedermi. Prendemmo un caffè insieme in un bar di Roma e mi propose di lavorare con lui. Era il 1986. Presi tempo. Cairo teneva i collegamenti. Un giorno rincontrai Berlusconi per caso a Milano e mi rinnovò la proposta. Questa volta accettai e diventai il capo di tutta l’informazione di Mediaset. Per ogni testata televisiva doveva nascere un telegiornale. Enrico Mentana andò al Tg5, io a Rete 4 e Paolo Liguori a Studio Aperto. Da quel momento è nato con Berlusconi l’intenso rapporto di amicizia, di stima professionale e di condivisione di idee politiche che dura tuttora».

Quindi l’attentato da parte delle Brigate Rosse, la vita sotto scorta e la straordinaria esperienza di annunciare l’inizio della Guerra del Golfo in anticipo sulle altre emittenti per una sua felice intuizione...

«Da Baghdad le notizie arrivavano via satellite all’ambasciata irachena a Londra dove venivano selezionate e si decideva quali diramare. Mi accorsi che nella nostra sede di Milano Due avevamo un’antenna direzionale molto potente. La puntammo in direzione del satellite iracheno e intercettammo la notizia dello scoppio della guerra nel Golfo. Fummo i primi a dare questa informazione».

Non ha mai fatto politica attiva. Perché?

«Non l’ho mai voluto fare perché mi piace il giornalismo di trincea. Sono sempre stato convinto che il direttore di un telegiornale vale più di un ministro. Però ho seguito Berlusconi dappertutto ed ero presente a quasi tutti i suoi incontri. Lavoravo in redazione fino alle 21. La scorta mi veniva a prendere e mi portava ad Arcore. Dopo cena, verso le 1,30 di notte mi riportava indietro, mi fermavo all’edicola del centro di Milano, compravo i giornali che erano già usciti e alle 3 del mattino chiamavo Berlusconi e commentavamo le prime pagine: questa era la mia vita quotidiana. Berlusconi dormiva dalle 4 alle 7, non di più».

Come considera il suo rapporto con Berlusconi?

«È un fratello. Era e resterà mio amico. Molti con malizia, cattiverie e malafede mi chiedono: “ma vi parlate ancora?”. E come potremmo non farlo! Io e lui abbiamo un patto, che non ho detto a nessuno, sotteso da 27 anni di profonda amicizia. Sono uscito da Mediaset a testa alta, non ho avuto altro al di fuori del trattamento di fine lavoro previsto dal contratto e ho lasciato più amici che nemici. La Rai è stata madre non matrigna. Mediaset mi ha dato la grande opportunità di fare giornalismo televisivo in una maniera unica e che mai nessuno potrà ripetere. Enrico Mentana recentemente in un’intervista ha detto che “il grande maestro è stato Emilio Fede. Ha inventato questo tipo di giornalismo televisivo basato sul rapporto diretto con il pubblico. Io cerco di fare bene come ha fatto bene lui”. Un bel gesto quello di Enrico e lo ringrazio».

Oggi che cosa fa?

«Vivo tranquillo e scrivo libri. Ne ho pubblicati 14. L’ultimo è “Africa, storie di un inviato speciale”. Il quindicesimo è autobiografico ed è in corso d’opera».

Qualche anticipazione?

«È una bellissima storia d’amore che ha protagonista mia moglie Diana. Guarda al passato e al presente».

Ci spieghi.

«Ho immaginato di lasciare l’Italia e di ritirarmi in un paese di pescatori nel mare d’Irlanda per non mostrare più la mia faccia alla gente. Un giorno, ormai vecchio, mi viene voglia di rivedere mia moglie, la mia famiglia e la mia casa a Capri. Salgo le scale verso il cancello e incontro una signora anziana e molto distinta. Le chiedo se la famiglia Fede-De Feo abita ancora a lì. Mi risponde di si. Busso il campanello e mi apre una giovane donna alla quale chiedo della signora Diana. Mi dice: “l’ha appena incontrata”. Avevo incontrato mia moglie, non l’avevo riconosciuta e lei non aveva riconosciuto me. A quel punto mi sono reso conto che ero stato dimenticato e che avevo ottenuto lo scopo: cancellarmi dalla società».

Che cosa rappresenta Napoli per lei?

«É un grande spettacolo sul quale non calerà mai il sipario. In questa città è nato il nuovo ciclo della mia esistenza».

Perché?

«Ho incontrato Antonio Sasso. É stato il promotore dell’“Emilio fans club” al quale ha aderito il gruppo dei suoi amici più cari. Siamo in otto. Mi hanno regalato l’importante occasione di riaggancio alla vita».

di Mimmo Sica

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