Gianni Marigliano (nella foto) è un autentico self made man dell’alta moda sartoriale maschile. Intelligente, dotato di un talento naturale e di notevole lungimiranza. Diffonde il suo brand permeato di cultura napoletana, vestendo clienti in tutto il mondo.

«Sono nato in una famiglia onesta, ma economicamente molto modesta. Abitavamo in un basso a Monte di Dio. Mi piaceva molto giocare a calcio e lo facevo con i miei compagni delle elementari a piazza del Plebiscito. Mamma, però, non voleva e a otto anni, per togliermi dalla strada, chiese la cortesia a un sarto di farmi andare da lui nel pomeriggio. Si chiamava Mario Tofani e aveva la bottega, la puteca come la chiamava lui, a 50 metri dal basso dove vivevamo. Finite le medie mio padre mi scrisse al “Mario Pagano”. Voleva che diventassi ragioniere. Ma poco dopo abbandonai gli studi».

Perché?

«Don Mario aveva intuito il mio talento e le mie capacità. Litigava spesso con mio padre dicendogli che doveva continuare a farmi imparare il mestiere perché sarei diventato un grande sarto e che la scuola non era il mio futuro. Un giorno mi chiamò e mi disse: “tuo padre mandandoti a scuola fa il tuo male. Il sarto è un mestire che può fare solo chi è buono ’e core, perché si parla con il tessuto e con l’ago. Tu sei così”. Alla fine vinse lui, papà si convinse e mi dedicai anima e corpo alla sartoria».

Che aria si respirava nella “puteca”?

«Era un’oasi di pace e di tranquillità. C’era la radio ma quando si lavorava don Mario la teneva spenta perché altrimenti non ci potevamo concentrare su quello che stavamo facendo. Paragonava la sua bottega a una chiesa. Mi trattenevo fino a ora tarda perché l’amore, la passione e l’inesauribile desiderio di apprendere sempre di più non mi faceva rendere conto del trascorrere delle ore. Era lui, il mio grande maestro, a dirmi di andare via quando dalla strada si sentiva che la televisione mandava in onda la sigla dell’indimenticabile “Carosello”».

Quando ha cominciato a disegnare e tagliare un abito?

«A 18 anni e i primi “clienti” sono stati parenti e amici. Ho avuto un’altra grande fortuna, cioè a scuola mi piacevano molto la matematica e il disegno. Ricordo che don Mario mi chiamava accanto a lui e mi diceva di calcolare, per esempio, un 2/4 piuttosto che 4/8».

Perché la sartoria napoletana, quella maschile in particolare, è considerata la migliore al mondo?

«Gli elementi fondamentali del tracciato che costituisce la struttura dell’abito sono gli stessi in ogni parte del mondo. Quello che differenzia l’abito realizzato dal sarto napoletano è dovuto all’uso del gessetto. Solo grazie al suo impiego è possibile fare quelle curve che danno armoniosità al vestito. Naturalmente sono essenziali non solo l’abilità ma anche l’amore, la passione e gli insegnamenti ricevuti. Non è facile, infatti, tenere tra le dita questa piccola pietra e disegnare sul tessuto per dare all’uomo quelle curve che anatomicamente gli mancano a differenza del corpo della donna. La maggior parte delle persone crede che il tessuto abbia un’incidenza importante per un abito ma non è sempre vero, ci sono sarti che da tessuti pregiati creano abiti normali, mentre altri da pezze ricavano dei capolavori. L’abito è una seconda pelle e quindi deve accarezzare chi lo indossa. Il più bel complimento che può fare il cliente al sarto è quando dice “mi sta proprio bene, non lo toglierei mai da dosso”».

Qual è il momento più difficile nella realizzazione di un abito?

«La prova quando l’abito è soltanto imbastito. Lo indossa il cliente davanti a un grande specchio e il sarto con il gessetto fa quello che con la squadretta al momento del disegno è impossibile: perfeziona le curve che gli consentono la lavorazione successiva con l’ausilio di attrezzi che nella sartoria napoletana non possono mancare ».

Quali sono?

«Ne cito due in particolare con il loro nome in napoletano: ’a mezza luna e ’o ciucciariello. Entrambi vengono usati nella lavorazione della giacca napoletana e la caratterizzano rendendola unica al mondo. La prima serve per dare forma del petto e delle scapole. Il secondo, il famoso ciucciariello, per la lavorazione della spalla, proprio quella che ci invidiano tutti».

E il pantalone?

«Una sartoria che si rispetti deve realizzare l’abito per intero. Però per diverse ragioni si è formata nel tempo una categoria di artigiani specializzati nella realizzazione dei pantaloni. Spesso hanno un laboratorio a parte. Anche per fare il pantalone occorrono competenza e abilità, ma la giacca presenta difficoltà decisamente superiori ».

Lei fa parte della categoria dei sarti che confezionano l’abito intero. Come mai?

«Devo anche questo al mio maestro don Mario. Nei periodi dell’anno in cui il lavoro scarseggiava, mi diceva che se volevo potevo andare presso qualche pantalonaio a procurarmi lavoro per arrotondare. Lo feci e imparai al punto che un giorno gli proposi di fare noi i pantaloni per i nostri clienti. Accettò».

Come era la clientela del maestro Tofani?

«Mista, perché la sartoria era praticamente al centro di due zone: quella bene di Monte di Dio, ritenuta nobile, e quella più popolare del Pallonetto, e don Mario non si poteva permettere il lusso di fare delle selezioni. Ricordo che tra i clienti “nobili” c’era Salvatore Palomba, l’autore delle canzoni di Segio Bruni».

Quando c’è stata la svolta e si è messo in proprio?

«A 23 anni. Ma già l’anno prima don Mario mi aveva lasciato libero di fare esperienze anche presso qualche altro sarto. Andai da uno molto noto, Peppino Raggio. La moglie Maria era la migliore asolaia in assoluto. Credevo che mi desse una sola giacca da lavorare e invece me ne diede dieci tutte insieme. Il mio nome cominciò a girare e mi formai la prima clientela. L’anno dopo aprii la mia sartoria in un localino di 20 metri quadrati a Monte di Dio. Ero rimasto colpito dal giardinetto che aveva all’esterno. Comprai un uccellino e al mattino, di buonora, mi mettevo all’opera e parlavo con quel grazioso animaletto che era diventato il mio compagno di lavoro ».

Poi fece il salto di qualità...

«I clienti diventavano sempre più importanti e decisi di spostarmi a via Filangieri, nel palazzo di fianco al bar Cimmino. Il mio nome era conosciuto anche nel nord Italia e iniziarono a venire persone da Milano e Bologna. Cominciai a dovermi dividere tra Napoli e soprattutto Milano».

Dove incontrava i clienti?

«Ebbi una intuizione che in poco tempo risultò vincente. Fittavo una saletta all’Hotel Principe di Savoia, a piazza della Repubblica, la zone degli alberghi importanti nei pressi della Stazione Centrale. Organizzavo dei cocktail arricchendoli con prodotti nostrani, dal babà alla mozzarella. Ricevevo i clienti che a loro volta portavano i loro amici. Si parlava, si discuteva e, quasi incidentalmente, servivo i miei clienti e ne acquisivo degli altri. All’inizio erano tutti stupiti, poi capirono quale era la mia filosofia: la sartoria napoletana non è sola la bottega dove si fanno vestiti, ma è ospitalità e cordialità, insomma è uno stile di vita».

Poi nove anni fa si trasferì con la famiglia a Milano. Perché?

«I miei genitori dicevano sempre che ho l’“arteteca”, sono irrequieto e mi piace cambiare. Gli unici riferimenti fissi e immutabili sono mia moglie e i miei tre figli. Milano mi aveva proiettato in una dimensione europea e poi mondiale della quale non potevo fare a meno. Presi casa a Brera e aprii una sartoria in via dei Giardini, zona Montenapoleone. Avevo importato al Nord la sartoria napoletana».

Milano e Napoli. Due modi di vivere completamente diversi. Le manca qualcosa della sua città?

«Sono andato via da Napoli da innamorato e mi mancavano gli amici. A Milano, quando era possibile, uscivamo da soli io e mia moglie. C’era tanta malinconia. Ricordo che una sera al Teatro Manzoni vedemmo una commedia di Eduardo De Filippo con Carlo Giuffré. Il pubblico rideva e si divertiva, io avevo un grande magone. Per superare almeno in parte questo stato d’animo, tre anni fa decisi di creare il Tailor and Coffee. Inizialmente mia moglie era scettica poi ha capito l’importanza di questa mia idea che è stata molto utile a entrambi soprattutto sotto l’aspetto emotivo. È un bar, uno spazio “attrezzato” da condividere con i clienti, ma anche con amici e persone che vogliono fermarsi a conversare, a leggere e a consumare un aperitivo. Qua e là sono esposte pezze di stoffa che si integrano con l’arredamento e attirano la curiosità degli avventori, che per la maggior parte sono donne. Non acquistano nulla, ma portano i mariti e gli amici che poi diventano miei clienti. Certamente non ha sostituito l’amore per Napoli».

E i clienti di Napoli?

«Li seguo con immutato affetto, con lo stesso sistema con cui avevo iniziato a Milano. Affitto una saletta all’Hotel Santa Lucia e li ricevo insieme agli amici offrendo loro un cocktail e parlando anche di sartoria. Ogni anno, poi, organizzo il Summer Tailor».

Che cos’è?

«Un evento tematico estivo, che varia ogni volta, al quale invito amici e sarti di tutto il mondo per parlare, confrontarci e naturalmente fare business. Napoli per me è tra le tre città biù belle al mondo insieme a New York e Venezia. Offrire la possibilità di visitarla a chi non la conosce è il più grande omaggio che posso rendere alla mia città».

Ha una clientela “planetaria” formata da persone appartenenti a ogni categoria professionale, imprenditoriale e politica. Chi indossa meglio le sue creazioni?

«Beh, sono in tantissimi e ci vorrebbe una pagina intera per citarli, ma sono legato a tutti quanti perché mi emozionano tutti. Ma due nomi li faccio: Roberto Mancini, l’allenatore della Nazionale, e Danilo Iervolino, napoletano doc, fondatore e presidente dell’Università Telematica Pegaso. Ha un’innata eleganza».

Con il Tailor and Coffee e il Summer Tailor ha stravolto totalmente la comunicazione e l’approccio con il cliente. Si sente premiato dai risultati?

«Decisamente, e credo che questo sia il futuro della nostra arte sartoriale, che non ha uguali al mondo, e che tutti ci invidiano cercando di imitarla senza riuscirci. Ma bisogna fare sistema tra noi colleghi, incontrarci, confrontarci periodicamente e trasmettere il nostro sapere ai giovani. Questa è la raccomandazione che faccio ai miei tre figli dei quali due già lavorano con me, il più piccolo è ancora studente».

Ha un sogno da realizzare?

«Diciamo che la mia vita sembra tutto un sogno. Mai pensavo di arrivare a tutto ciò, però ho un progetto imminente con i miei figli per la nostra Napoli dove coinvolgerò tutti i giovani e lo esporteremo in tutto il mondo».