Mercoledì 23 Gennaio 2019 - 22:49

Il metropolita che dialoga con la città

Crescenzio Sepe (nella foto con Papa Francesco) è cardinale e arcivescovo metropolita di Napoli. Nella sua lettera pastorale “Canta e cammina” ha ricordato che fin dall’inizio ha poggiato il piano pastorale per la città su tre pilastri: comunicare la fede, educare alla fede, vivere la fede. Su quest’architettura si è poggiata la sua provvidenziale idea del Giubileo per Napoli. Un’esperienza che ha segnato profondamente la vita della comunità e che gli ha fatto affermare che «non è la città al servizio della Chiesa, ma la Chiesa al servizio della città e che qui si costruisce il Regno, la vita autentica indicata dal Maestro». Quindi il suo rinnovato invito, è stato di «uscire dal tempio», andare incontro alla gente che vive in situazioni di marginalità morale e materiale, senza la preoccupazione e la paura di «gettarci nella mischia» e «sporcarci le mani». «È necessario che tutti acquisiscano una sensibilità più viva per gli interessi generali della collettività, non solo elaborando un sapere teorico sul bene comune, ma operando concretamente per creare strutture capaci di trasformare il tessuto della nostra convivenza quotidiana. Quando le condizioni per realizzare il bene comune si realizzano a rilento, tanto da non consentire il raggiungimento nei tempi abituali di un’esistenza, si finisce con il ledere i diritti della persona e con il penalizzare i membri più fragili della popolazione». Con questo spirito e all’insegna dello slogan “’A maronna v’accumpagna”, il cardinale continua il cammino che è «ancora lungo e difficile perché richiede una continua e più profonda conversione pastorale, un profondo cambiamento di mentalità, un rilancio dell’azione pastorale, un rinnovato entusiasmo missionario. Va recuperata, cioè, la vera identità della fede, aperta alla storia e al mondo».

«Ho trascorso la mia infanzia a Carinaro, un paesino ad economia agricola, conurbato con il territorio di Aversa. Trascorrevo le giornate in maniera semplice, andando a scuola, giocando con i miei coetanei prevalentemente a calcio. Essendo figlio di coltivatori diretti, mi divertivo anche ad andare con loro nei campi, sul carretto trainato dal cavallo. Non ero proprio uno scugnizzo, ma ero certamente vivace e irrequieto, prendendo in giro e facendo scherzetti ai miei compagni».

Quando ha avvertito la “vocazione”?

«Posso dire che già da ragazzo, quando ancora frequentavo la scuola elementare guardavo con una certa ammirazione il mio parroco, nella sua attività pastorale, nei suoi rapporti con i fedeli, nella sua cura dei ragazzi, per cui dentro di me prendevano corpo la figura e il ruolo del sacerdote».

Quali sono stati i “segnali”?

«In effetti, frequentavo la parrocchia e sentivo un certo trasporto verso la vita del Seminario. Del resto, appartenevo a una famiglia profondamente religiosa; io stesso seguivo le funzioni religiose e facevo il chierichetto durante la celebrazione della Messa. Avvertivo, pertanto, una certa spinta verso una scelta importante che mi avrebbe allontanato dalla mia famiglia. Ricordo che fummo in diversi ragazzi a entrare in Seminario e la gente, conoscendo la mia vivacità, era molto scettica sulla durata della mia vocazione; ma poi dovette ricredersi perché continuai con impegno e alla fine io solo sono diventato sacerdote».

Ordinato sacerdote prestò servizio come docente e poi entrò nel servizio diplomatico della Santa Sede. Di che cosa si occupava?

«Dopo l’ordinazione sacerdotale, mi laureai in teologia e in filosofia. Cominciai a insegnare, come assistente di teologia sacramentaria presso la Pontificia Università Lateranense e poi come docente di teologia dogmatica presso la Pontificia Università Urbaniana. Mentre insegnavo, mi giunse la richiesta del Presidente della Pontificia Accademia Ecclesiastica, che cominciai a frequentare; completato il corso di studi e di preparazione, nel 1972 entrai nel Servizio Diplomatico della Santa Sede e venni destinato alla Nunziatura Apostolica in Brasile, dove ovviamente mi occupavo degli affari diplomatici e, nel contempo, mi dedicavo in particolare alla cura e all’assistenza ai poveri della baraccopoli di Guara Dois, vicino alla nuova capitale Brasilia».

Poi ha prestato servizio presso la Santa Sede.

«Sì, nel 1975 fui chiamato in Segreteria di Stato».

È stato anche vicepresidente del Centro Televisivo Vaticano.

«Come Assessore, oltre agli affari propri della Segreteria di Stato, dovetti occuparmi delle comunicazioni. Mi attivai subito, seguendo il volere del Santo Padre San Giovanni Paolo II. Con pochi mezzi a disposizione nacque così il Centro Televisivo Vaticano e fu dato impulso alla Radio Vaticana, all’Osservatore Romano, alla Sala Stampa della Santa Sede e al Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali».

Quanto è difficile la comunicazione televisiva “clericale” in un contesto di un pluralismo laico?

«Mi permetto, intanto, di parlare di comunicazione ecclesiale, che in effetti non è dissimile da quella laica, nel senso che obiettivo primo deve essere la ricerca della verità, con la fedele narrazione dei fatti. Ciò posto, non è affatto difficile fare comunicazione nel mondo della Chiesa, ma si richiedono certamente una sensibilità religiosa e una proprietà di linguaggio, senza ricercatezza ma con semplicità perché ogni forma di evangelizzazione richiede semplicità dell’essere e del riferire».

Le tappe della carriera fino alla nomina a cardinale.

«Nel 1992 Papa Giovanni Paolo II mi volle Vescovo e fui da lui ordinato il 26 aprile. Divenni segretario della Congregazione per il Clero e nel 2000 fui nominato Segretario Generale del Grande Giubileo che comportò un impegno eccezionale tenuto conto che andava curato e preparato in una visione mondiale non solo, ma avendo ben presenti tutte le componenti del popolo di Dio. Per volere di Dio si ebbe un successo strepitoso soprattutto per la fede con cui da tutte le parti del mondo si veniva a Roma per celebrare il Giubileo».

Nel 2001 Papa Giovanni Paolo II l’ha nominata Cardinale.

«È stato per me un grande onore che ho vissuto sempre con gioia e semplicità, nella fedeltà a Cristo e alla Chiesa. Fui nominato Prefetto della Congregazione di Propaganda Fide, che mi portò in giro per il mondo, prendendo coscienza delle sofferenze dell’umanità e cercando di dare impulso alla Chiesa cattolica locale, dove già era presente, o avviando un’attività missionaria dove i cattolici non c’erano o erano pochissimi».

Quali obblighi comporta essere “principe della Chiesa”?

«Non ci sono obblighi particolari se non quelli del sacerdote e del vescovo. Inoltre, si entra a far parte del Collegio Cardinalizio e si ha il dovere di partecipare ai Concistori che il Pontefice convoca in determinate circostanze e ai Conclavi per l’elezione del nuovo Papa, quando c’è sede vacante».

Ha partecipato all’elezione di due Pontefici. Qual è lo stato d’animo in quei momenti così solenni?

«Si avvertono l’importanza e la responsabilità del momento e del compito, ma è evidente che nella scelta si viene illuminati dallo Spirito Santo».

Tre Papi, tre persone diverse in tre contesti mondiali differenti. Che cosa li accomuna e che cosa li distingue?

«Indubbiamente Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Papa Francesco, sono tre persone diverse, di origine e nazionalità, ma sono accomunati dall’amore a Cristo e dalla responsabilità della guida della Chiesa Universale secondo gli insegnamenti di Cristo. Li distingue la nazionalità, il che significa che sono diversi per cultura, lingua, usi e tradizioni».

Ritiene importante continuare a sostenere nella Chiesa le ragioni del celibato per i sacerdoti?

«È questa una questione che al momento non è all’ordine del giorno».

E quelle contro il controllo delle nascite e l’uso del profilattico per prevenire malattie tipo l’Aids?

«La Chiesa da tempo va affrontando queste tematiche e per ognuna di esse ha indicato soluzioni e metodi, nel pieno rispetto della sacralità della vita e secondo i principi della morale cristiana».

Come si colloca la Chiesa Cattolica in una modernità che viene definita “liquida”, dove l’individualismo prende sempre più il sopravvento sul concetto di collettività?

«La Chiesa cattolica sta al passo con i tempi e lo fa alla luce dei suoi principi e dei comandamenti che il Signore ci ha dato attraverso Mosé. In questo stanno la forza e l’eternità della Chiesa».

È iniziato il suo tredicesimo anno come arcivescovo di Napoli. Un periodo caratterizzato dal suo forte e ininterrotto impegno nel sociale.

«Sì, è il tredicesimo anno del mio servizio episcopale alla guida della Diocesi di Napoli. Provo lo stesso entusiasmo, la stessa gioia e lo stesso impegno di quel 1° luglio 2006, quando arrivai in questa meravigliosa città e baciai la terra di Scampia, luogo attraversato da non poca sofferenza ma ricco di persone dalla profonda umanità e civiltà. Quel bacio voleva essere segno della mia scelta pastorale che, sulle orme di Giovanni Paolo II, mi spingeva a guardare, con cura, al mondo del disagio, della povertà, della solitudine».

Napoli è “un paradiso abitato da diavoli” come è stata definita da qualche studioso?

«Forse l’autore della espressione citata non conosceva abbastanza questa stupenda città, che magari è anche abitata, tradita e mortificata da alcuni diavoli, ma è fatta di cordialità, di genialità, di simpatia, di intelligenza, che sono caratteristiche proprie dei napoletani, che turisti italiani e stranieri stanno imparando a conoscere e ad amare».

di Mimmo Sica

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