Lunedì 16 Luglio 2018 - 10:34

Il patron della pallacanestro napoletana

Il 4 giugno ha compiuto 90 anni. Amedeo Salerno (nella foto) è stato il presidente della Partenope Napoli, società di pallacanestro che sotto la sua guida vinse la Coppa Italia nel 1968 e la Coppa delle Coppe nel 1970. Fu l’ideatore della Serie A2, nata nel 1974. Nel 1969 scrisse il primo Annuario Europeo del Basket. Ha percorso tutta la carriera dirigenziale diocesana nella Gioventù Italiana dell’Azione Cattolica, quella regionale nel Csi, Centro sportivo italiano, e nelle federazioni di Atletica leggera e Pallacanestro. Per quest’ultima è stato anche vice presidente vicario nazionale. Nel 2010 è stato inserito nell’Italia Basket Hall of Fame in qualità di benemerito. È Stella d’oro del Coni al merito sportivo e Discobolo d’Oro del Csi. Dal 2012 al 2016 è stato vice presidente vicario del Comitato Regionale del Coni.

«Sono nato al centro storico, in via San Paolo ai Tribunali. Ero giovanissimo quando la mia famiglia si trasferì a Bagnoli dove ho vissuto il tragico bombardamento da parte delle forze alleate. L’obiettivo era l’Ilva e la zona dove poi è sorta la Nato, ma le bombe colpirono invece il centro abitato del quartiere periferico di Fuorigrotta».

Che ricordo ha di quella terribile esperienza?

«Quando uscimmo dallo scantinato che fungeva da ricovero vidi per strada centinaia di morti e migliaia di feriti tra i cumuli di macerie. Mi è rimasta impressa nella memoria la mano di un ferito che usciva da un tombino e la sua voce che gridava disperatamente aiuto».

Rimaneste senza casa come tanti. Dove andaste?

«Eravamo mamma, io, due fratellini e una sorellina. Il quinto fratello, maggiore, era militare e papà era morto. Faticosamente ci avviammo a piedi verso casa di una zia materna che abitava a Salvator Rosa con i nostri cuginetti».

Anche lì visse momenti drammatici...

«Un giorno dalla finestra vedemmo sotto i palazzi i camion dei tedeschi che portavano via dalle case i maschi. Non risparmiavano nessuno, neanche i bambini. Mamma e zia ci chiusero in un ampio ripostiglio, dietro la cucina, al quale erano stati tolti gli infissi e al loro posto era stato messo un grande armadio. Da dentro sentivamo terrorizzati il rumore degli stivali dei militari che salivano per le scale. Quando entrarono in casa, videro vestiti maschili e chiesero a mamma: “Uomini?” Lei, che si era messa di “sentinella” soffiando sui fornelli, rispose: “Africa”. Le credettero e andarono via».

Terminata la guerra che cosa fece?

«Ero adolescente e mi iscrissi all’Azione Cattolica. Il presidente nazionale, il professore Gedda, aveva pensato di far rinascere di nuovo l’Associazione Attività Sportive Ricreative Cattoliche Italiane e la chiamò Csi, Centro Sportivo Italiano. All’epoca ero il tesoriere diocesano. Su richiesta del professore Gedda, il presidente di Napoli mi chiamò e mi disse che dovevamo aprire a Napoli una sezione del Csi affidandomene il compito. Lo feci con un gruppo di giovani e inaugurammo la sede allo Spirito Santo. Avevo solo 17 anni ».

Iniziò così la sua attività sportiva. Quale fu la prima iniziativa che prese?

 «Organizzammo il “Trofeo Natalizio” che si svolgeva dal 23 dicembre al 6 gennaio. Si gareggiava in cinque discipline sportive con una classifica cumulativa. Le gare si svolgevano sul campo di calcio delle Fontanelle».

Poi ebbe una grande idea...

«Avevo capito che se volevamo farci conoscere nel mondo dello sport avremmo dovuto qualificarci professionalmente. Pensai subito di iscriverci tutti al corso per arbitri di calcio. Poi partecipammo a quelli per direttori di gara di pallavolo, di pallacanestro, di atletica e di tennis da tavolo ».

Come presidente del Csi quale era il suo compito?

«Fondamentalmente di affidare a ciascun componente del gruppo un settore sportivo, di stabilire le strategie e di coordinare i lavori».

Ricorda qualche suo “collaboratore” in particolare?

«Gianni De Felice, che portava i nostri comunicati stampa ad Agostino Panico al “Corriere dello Sport” che aveva la sede a via Roma. Gianni è diventato poi condirettore della “Gazzetta dello Sport”».

Venne il periodo in cui il Csi andò incontro a difficoltà economiche. Come risolse il problema?

«Non potemmo più pagare il fitto della sede e fummo sfrattati. Ebbi l’idea di rifugiarci nel palazzo arcivescovile e occupammo un locale senza autorizzazione. Il vescovo vicario protestò, ma poi lasciò correre. Chiesi di essere ricevuto dall’Arcivescovo Metropolita, il cardinale Mammì, e gli dissi testualmente: “Eminenza, abbiamo bisogno del suo aiuto”. Lui mi rispose: “Figlio mio i soldi non li ho, vi posso solo dare parte della mia congrua. Ma a Napoli c’è una persona molto influente e importante che può aiutarvi, Marcello Rodinò”. Era il direttore generale della Sme e poi diventò l’amministratore delegato della Rai. Pregai il cardinare di parlargli di noi. Lo fece e nacque il mio rapporto con quel grande personaggio ».

Che cosa successe?

«Lo nominammo presidente del Csi. Si accorse che lavoravo bene e che eravamo un gruppo di ragazzi con alti valori morali e sportivi e ci aiutò con dei finanziamenti ».

Successivamente passò alla Partenope. Perché?

«Rodinò aveva messo insieme delle aziende industriali campane che davano un contributo di mille lire per dipendente e quindi fondò una polisportiva che chiamò Partenope. La struttura era ai Cavalli di Bronzo. Quando nel ’63-’64 fu nazionalizzata l’energia elettrica, la Sme divenne una finanziaria e il Csi perse i finanziamenti. Rodinò, che era amministratore delegato di quella Polisportiva, mi chiese di occuparmene. Andai alla Partenope con lo stesso compito che Onesti ebbe da Nenni, cioè smembrare il Coni. Andai quindi alla Partenope con il compito di chiuderla perché non c’erano più soldi, invece riuscii a farla rinascere».

In che modo?

«All’ultima partita di pallacanestro, che perdemmo contro l’Ignis Varese retrocedendo in serie B, assistette Giovanni Borghi che era venuto al seguito della squadra varesina. Gli feci vedere l’enorme quantità di spettatori venuti ad assistere all’incontro. Alcuni addirittura si erano arrampicati all’esterno lungo il fabbricato per guardare attraverso i finestroni. Gli dissi: “pensi che sarebbe Napoli se avesse una grande squadra”. Mi prese in simpatia e diventò lo sponsor della Partenope Basket».

Quali furono i risultati?

«Ritornammo in Serie A e andammo a giocare al Palazzetto dello Sport “Mario Argento” che era stato ultimato. Vincemmo la Coppa Italia e la Coppa delle Coppe. Da allora sono riconosciuto come il patron della pallacanestro a Napoli».

Una sua carta vincente è stata la comunicazione...

«Soprattutto nei confronti delle scuole con le quali ho fatto un lavoro intensissimo di informazione, comunicazione e pubblicità. Davo mille biglietti agli istituti scolastici, dieci per ognuno di essi destinati a non più di due alunni per classe. La speranza era che i ragazzi venissero accompagnati dai propri genitori e quindi si vendessero altri biglietti, come in effetti accadde ».

La Partenope però non era solo pallacanestro...

«All’ombra della grande squadra di basket ho fatto sopravvivere il rugby, che vinse due scudetti, il judo e l’atletica. Perdemmo la scherma e i pesi».

Alla Partenope è legato un momento particolare della sua vita privata. Quale?

«Il mio matrimonio. È stato celebrato sul parquet del campo di gioco dei Cavalli di Bronzo. La funzione la celebrò il cardinale Ursi coadiuvato da dieci sacerdoti che erano tutti miei amici».

Fino a quando è rimasto al vertice operativo della Polisportiva?

«Dovetti lasciare la Partenope quando diventai presidente provinciale del Coni. Tra le due cariche c’era incompatibilità. Prima, però, ero diventato vicepresidente nazionale della Federazione di pallacanestro e lo sono stato per 20 anni. Feci la battaglia per diventare presidente nazionale ma il mio avversario, Gianni Petrucci, ebbe la meglio. Rifiutai di fare il vicepresidente, uscii dalla Federazione e venni a Napoli a fare il presidente provinciale del Coni, carica realmente operativa perché all’epoca quella di presidente regionale aveva solo compiti di coordinamento ».

Quali sono per lui le cose più significative che ha fatto in quel ruolo?

«Ne cito due tra le tante. La prima è stata la riapertura degli impianti costruiti con la legge 219/81 promulgata dopo il tragico terremoto del novembre 1980. Erano abbandonati da tempo e si trovavano in uno stato di degrado. Feci una conferenza stampa al Circolo della Stampa insieme a Mimmo Carratelli che era il presidente dell’Ussi. Il titolo del meeting era “A 10 anni dalla fine del terremoto quando si apriranno gli impianti”.Trovai la piena disponibilità del sindaco dell’epoca, Antonio Bassolino, e gli impianti furono affidati ai circoli sportivi che erano gli unici in grado di poterli gestire».

La seconda?

«Il trasferimento della sede del Coni da Pizzofalcone, dove avevamo poche stanzette, un salone e un sottoscala. Andammo prima a Fuorigrotta, alla Mostra d’Oltremare, e poi al palazzo del Totocalcio al Vomero, a via Longo, che ristrutturammo totalmente».

Si inventò anche l’Annuario dello sport provinciale, ora regionale, e una importante iniziativa per gli sportivi disabili.

«L’annuario oggi è giunto alla quattordicesima edizione. Grande eco, poi ebbe la coeva manifestazione degli atleti con disabilità. Riunii gli 80 centri esistenti per un totale di circa duemila disabili. Gli incontri avvenivano l’ultimo sabato di settembre. Più di 15 gli sport praticati. Il penultimo anno ho fatto fare l’arrampicata sportiva su una parete con l’assistenza dei Vigili del fuoco».

Dove avvenivano le manifestazioni?

«Allo stadio Collana. Ora sto cercando la disponibilità dell’impianto del Cus di via Campegna».

Nel 2016 ha chiuso la sua carriera al Coni con la carica di vicepresidente vicario del comitato regionale. Dopo che cosa ha fatto?

«Ho portato lo sport nelle carceri fino a quando è stato possibile. Attualmente conservo un mio ufficio dove vado durante la settimana preferibilmente al mattino. Continuo a curare l’annuario dello Sport Campano e la manifestazione degli atleti con disabilità».

Il 4 giugno scorso ha compiuto 90 anni. Come li ha festeggiati?

«Nei saloni della sede del Coni con i vecchi amici. Hanno firmato il registro 149 persone e altre 100 mi hanno inviato messaggi di amicizia e di auguri».

di Mimmo Sica

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