Mercoledì 21 Novembre 2018 - 21:56

Il presidente che ha “modernizzato” una categoria

Francesco Caia (nella foto), avvocato abilitato al patrocinio presso le giurisdizioni superiori, è stato per sette anni presidente dell’Ordine degli avvocati di Napoli. Attualmente è consigliere dell’Ordine nazionale.

«Sono napoletano di Chiaia. Al liceo Umberto ho vissuto il secondo ’68, quello della seconda contestazione che è durata fino al terremoto dell’80. Ho fatto anche un po’ di attività di politica associativa studentesca e ho partecipato al fronte alternativo studentesco, un collettivo di centrodestra. Era una novità rispetto alla cultura dilagante di sinistra ed era anche il segnale di atteggiamenti un po’ controcorrente e anticonformisti che sono la caratteristica della mia famiglia».

Perché ha scelto la facoltà di giurisprudenza?

«Lo studio del diritto mi ha sempre appassionato e poi ho seguito anche la tradizione familiare: infatti mio padre era avvocato e lo era anche mio nonno materno. Ho fatto pratica con papà e poi presso lo studio di un suo amico. Contemporaneamente seguivo il corso di formazione in diritto civile tenuto dal Presidente Guido Capozzi. Superato l’esame di abilitazione all’esercizio della professione forense, ho iniziato la mia attività professionale con un gruppo di colleghi in un piccolo studio al corso Umberto. Dopo qualche anno lo trasferii a via Chiatamone ».

Si è dedicato da subito anche alla politica forense. Perché?

«È una passione che mi ha trasmesso mio padre che, benché non si sia mai candidato al Consiglio dell’Ordine, seguiva con attenzione la politica forense. Mio padre è stato molto attivo in politica. Era ammiratore di Giorgio Almirante e militante nel Movimento Sociale. Fu eletto prima consigliere provinciale all’Arenella e poi successivamente consigliere comunale, ed ha ricoperto diversi incarichi nella destra napoletana».

Qual è stato il suo primo impegno nella politica forense?

«Presi parte all’Associazione Giovani Avvocati di Napoli. Era il primo passo per chi voleva occuparsi dei temi della politica giudiziaria. Nell’associazione ho percorso tutti gli step sia a livello locale che nazionale. Sono stato segretario e poi tesoriere a Napoli, componente del direttivo nazionale e della giunta. Nel 2001 fui eletto presidente della sezione Aiga di Napoli. É una carica molto importante perché nel periodo che va dal 1990 al 2001 tutti i presidenti dell’Aiga sono diventati successivamente consiglieri dell’Ordine».

Sono gli anni in cui si candidò anche alle Amministrative. Con quali risultati?

«Affrontai le mie prime e uniche avventure politiche con Alleanza Nazionale. Con pochi mezzi e con impegno limitato ottenni un lusinghiero numero di consensi. In quel periodo feci parte della giunta locale della federazione di Alleanza Nazionale. Nel 2001 si chiuse questa parentesi e mi dedicai completamente all’attività forense».

Che cosa fece?

«Nel febbraio del 2002 mi candidai all’Ordine. Fui eletto al secondo turno e mi classificai sesto come consigliere. Lasciai la presidenza dell’Aiga e iniziai il mio impegno nell’Ordine. Fui consigliere delegato al patrocinio dei meno abbienti che in quel periodo modificava la sua normativa in senso migliorativo. Iniziava anche il ringiovanimento degli iscritti. Mi ricandidai per il biennio successivo insieme ad altri 5 colleghi con un ottimo risultato. Appena quarantenne ottenni il 48% dei consensi. Avevamo una progettualità diversa rispetto a quella del Presidente Franco Landolfo e così cominciammo a costruire un’alternativa al suo modello che non ritenevamo rispondente alle mutate necessità dell’Avvocatura. Nel 2006 fui eletto al primo turno superando di molto il 60%. Il nostro gruppo ebbe la maggioranza di 8 consiglieri sui 15 dell’epoca. Eleggemmo Franco Tortorano Presidente, io divenni consigliere segretario e Antonio Tafuri tesoriere ».

Quale fu la prima iniziativa che adottò il nuovo Consiglio?

«Napoli è importante non solo per le dimensioni, ma anche perché è un punto di riferimento per gli altri Ordini che all’epoca erano 8 oggi sono 7. Costituimmo, quindi, un’Unione Regionale della Campania, un organo di coordinamento che esiste tutt’ora».

Nel biennio successivo divenne presidente, il più giovane della storia del Consiglio dell’Ordine degli avvocati di Napoli. Come fu quella elezione?

«Fu l’epilogo di una campagna elettorale entusiasmante. Ci eravamo resi conto che dialogare direttamente con i colleghi era l’unico modo per far comprendere il significato e l’importanza del nostro modello che non era frutto di divergenze personali, ma strutturali e che le iniziative che intendevamo adottare avevano un respiro non solo locale ma nazionale».

Qualche esempio significativo del nuovo modello che proponevate?

«Proponevamo un voto di squadra, che rappresentava la sintesi tra le varie anime dell’Avvocatura napoletana. Nell’ambito consiliare, istituimmo le commissioni, coinvolgendo centinaia di avvocati. In questo modo, da un lato si alleggeriva l’attività consiliare, particolarmente gravata dalla competenza disciplinare mantenuta fino al 2015, dall’altro si arricchiva il Consiglio delle progettualità elaborate dalle commissioni. Promuovemmo poi lo snellimento delle procedure amministrative e la massima semplificazione per accedere ai servizi offerti. Volevamo un Consiglio aperto a tutti gli iscritti, attivo a livello locale e nazionale e pronto al dialogo e al confronto anche con le diverse realtà sociali».

Il suo primo anno di presidenza fu caratterizzato da un momento difficile e tragico. Ce lo ricorda?

«L’omicidio dell’avvocato Antonio Metafora il 5 dicembre del 2008. Fu ucciso nel suo studio da un familiare di camorristi per una vicenda legata ad uno sfratto per morosità di un garage a Secondigliano, a lui affidato. Questa tragedia colpì tutti quanti noi colleghi, facendo sì che si diffondesse un clima di paura che condizionava l’accettazione di incarichi dello stesso tipo. Dopo l’assassinio di Metafora, fui contattato dai suoi clienti perché segnalassi un avvocato che volesse eseguire quello sfratto: nessun collega voleva accettare l’incarico. Dopo una lunga discussione consiliare decisi di assumermi quella responsabilità perché pensavo, come penso oggi, che Francesco Caia, come avvocato, aveva il diritto di avere paura ma, come presidente dell’Ordine, non doveva e non poteva averla. Concordammo che l’importo dell’onorario di 4mila euro per lo sfratto fosse integralmente destinato ad un’associazione sita nel Parco dei Ciliegi, a Secondigliano. Era un circolo di tennis che successivamente fu intitolato alla memoria di Antonio Metafora ».

Come visse quei giorni?

«Non l’ho mai raccontato perché all’epoca forse non si doveva. Oggi ritengo di poterlo dire. Dopo l’assunzione dell’incarico, che ebbe una certa risonanza giornalistica, ebbi telefonicamente minacce di morte. Ritenni comunque fosse mio dovere andare avanti. Ancora oggi la storia di Antonio Metafora è esempio di coraggio e serietà nello svolgere la professione. Personalmente non ho fatto altro che adempiere al mio dovere di presidente dell’Ordine».

È stato presidente per tre volte. L’ultimo mandato è durato tre anni per la legge di riforma della professione. Sette anni caratterizzati da importanti battaglie per la categoria. Ce le ricorda?

«L’abolizione delle tariffe professionali prevista dal decreto Bersani aveva acuito la crisi dell’avvocatura che aumentò sensibilmente con la mediazione civile obbligatoria introdotta dal ministro Alfano che alimentò un forte vento di protesta da parte della categoria. Parlai con lui diverse volte per spiegargli che eravamo in presenza di un grave errore di politica giudiziaria con questo sbarramento al processo civile con disagi per l’avvocatura e per il cittadino. Iniziammo una serie di manifestazioni e l’Ordine degli Avvocati di Napoli si pose come capofila della protesta di tutti gli avvocati d’Italia».

È passato alla storia il vostro imbavagliamento durante l’inaugurazione dell’Anno Giudiziario del 2012.

«Decidemmo di fare un atto di protesta clamoroso. Entrammo imbavagliati nel salone dei Busti. Sapevamo di interpretare in maniera corretta il pensiero degli avvocati d’Italia, oltre 200mila. Ritengo che abbiamo fatto la cosa più giusta e coerente. L’indomani la fotografia del Consiglio era sulle prime pagine di tutti i giornali nazionali. Poi ci fu la protesta a Roma quando il governo Monti abolì le tariffe professionali. Portammo in piazza più di 10mila colleghi».

Altrettanto clamorosa fu la protesta durante l’inaugurazione dell’Anno Giudiziario del 2013.

«Ci legammo e ci girammo di spalle quando parlò il rappresentante del ministro. Subito dopo lasciammo la cerimonia e ce ne andammo».

Poco dopo, a giugno, ci fu un fuorionda della Cancellieri contro gli avvocati carpito da SkyTg24: “Me li levo dai piedi”...

«La Cancellieri era succeduta alla Severino. C’era già la legge delega sulla riforma della geografia giudiziaria che anche per noi vedeva l’abolizione di diversi tribunali, sezioni distaccate e giudici di pace e l’incomprensibile creazione del nuovo tribunale di Napoli Nord. Il ministro era venuto a Napoli per un convegno e assieme ai sindaci dei Comuni interessati chiedemmo di essere ricevuti. Dopo avere atteso invano oltre mezz’ora decidemmo di andare da lei perché si parlava dei problemi della giustizia del nostro territorio. Il ministro uscì dalla sala e venne in biblioteca: penso che allora ci sia stato uno dei confronti più duri da parte nostra con un ministro di Giustizia. Nel pomeriggio venimmo a conoscenza del fuorionda in cui la Cancellieri, quando ci aveva visti, aveva detto: “Vado a parlare con gli avvocati così me li tolgo dai piedi”. Questo comportamento divenne “patrimonio” nazionale e ci fu una forte contestazione. Era, com’è, inconcepibile che un ministro di un paese democratico abbia potuto non solo dire, ma finanche pensare una cosa del genere».

Quando cessò la contestazione?

«Con l’avvento del ministro Andrea Orlando perché ci furono dei correttivi ai provvedimenti presi in precedenza ».

Nel 2014 decise di fare l’esperienza nel Consiglio nazionale e nel marzo 2015 lasciò la presidenza del Consiglio dell’Ordine degli avvocati di Napoli. Perché?

«Fummo eletti io e la collega Masi. Volevamo portare a livello nazionale il nostro progetto di avvocatura, ma per pochi voti venimmo sconfitti».

Quale incarico ricopre come Consigliere nazionale?

«Coordino la commissione dei diritti umani e dei paesi del Mediterraneo. In effetti è la continuazione di un parte dei progetti già realizzati come presidente dell’Ordine. Infatti, fin dal 2009 creammo l’Unione degli Ordini degli Avvocati del Mediterraneo che inaugurammo a Città della Scienza. Iniziammo a parlare di temi che si sono evoluti nella loro drammaticità negli anni successivi, uno per tutti il tema dell’immigrazione nell’area mediterranea ».

Qual è il suo pensiero su questa difficilissima situazione?

«Parliamo di centinaia di migliaia di persone e il problema va risolto garantendo lo sviluppo effettivo socioeconomico dei loro paesi di origine».

di Mimmo Sica

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