Martedì 18 Settembre 2018 - 15:17

Lello Esposito, l’artista di culto

Lello Esposito (nella foto realizzata a Brooklin) è un artista autodidatta che lavora forgiando metalli, bronzo e alluminio e modellando argilla e cera. Non trascura la produzione di tele di grandi dimensioni, con colori a olio e acrilici dipinte direttamente ed esclusivamente con le sue mani. Ha saputo prendere il buono da ogni condizione di vita, mescolando la passione totale per l’arte con una quotidianità vivace, dedicata alla famiglia e agli amici.

«Sono nato nella Maddalena e sono cresciuto a vico Limoncello, un “cardine” tra il decumano superiore e quello maggiore, ricco di creatività e artigianalità. Da bambino disegnavo ed ero già in qualche modo appassionato dell’arte. Quando avevo undici anni morì mio padre, dipendente comunale fognario, lasciando mamma vedova con quattro figli. La mia vita iniziò a cambiare. Per un paio d’anni andai in un collegio all’Opera di Don Guanella. Poi raggiunsi in Piemonte uno zio, figlio dell’emigrazione del Sud, in cerca di lavoro. A Ivrea, nel retrobottega della sua latteria, continuavo a disegnare. In quei posti si parlava molto in francese ed ebbi la fortuna di prendere lezioni di quella lingua dal maestro Alemanni che abitava in una bellissima villa sul lago Sirio. Era un accademico ottantenne e un grande artista».

Quando rientrò a Napoli?

«Avevo circa quindici anni. Mamma aveva trovato lavoro all’ospedale Cotugno e ci traferimmo in via Pietro Castellino. Dovevo contribuire al mantenimento della famiglia e trovai un posto come fattorino in un negozio del Vomero. Un giorno in via Scarlatti assistetti a uno spettacolo di burattini e chiesi al burattinaio di darmene uno. Mi consegnò un Pulcinella. Ci misi la mano dentro e provai una forte emozione. Recuperai in un attimo tutta l’esperienza fatta in collegio quando disegnavo e creavo bassorilievi con il Das e decisi di realizzarne uno tutto da solo. Modellai la testa con il Das e con una federa vecchia e fil di ferro feci il corpo. Lo mostrai felice agli amici e in tempi rapidi ne feci altri nove e cominciai a venderli per strada. Me li comprarono tutti e ne feci altri dieci e dieci ancora: mi ero inventato un nuovo lavoro».

E la scuola?

«Non ero riuscito a prendermi la licenza di terza media, lo feci allora, con i soldi che avevo guadagnato. Avrei frequentato volentieri una scuola d’arte ma avevo sedici anni e mi sentivo già troppo grande. Continuai in questo modo e a diciotto anni partii militare in Marina».

Quando aprì il suo primo laboratorio?

«A venti anni in via Nuova Del Campo, alla Doganella. Misurava non più di 10 metri quadri. Accanto a me c’era la trattoria “Papà Giovanni” frequentata da rigattieri e saponari. Feci il primo Pulcinella intero, in terracotta, che cossi in un forno rapido al Rione Siberia dove si facevano i carusielli, i salvadanai. Vendevo le statuette a questi rigattieri che facevano i vari mercatini regionali e a volte andavano perfino al mercatino delle pulci a Porta Portese. La mia era una modalità di Pulcinella che non esisteva: avevo gettato il seme».

Neanche a San Gregorio Armeno si trovavano?

«Le botteghe aprivano solo per pochi giorni a Natale e si faceva ancora la lavorazione dei fiori artificiali e della carta crespa avanzata dalla festa di Piedigrotta. Durante l’ anno erano in pochi che aprivano. In particolare ricordo Peppe Ferrigno, la famiglia Maddaloni, e don Mimì Giannotti, una persona straordinaria, un vero illuminato che aveva capito il modo imprenditoriale di realizzarli. Li produceva all’ingrosso e li distribuiva a tutti. La grande vendita di “Natale” avveniva a via Foria sulle bancarelle. Cominciai nel 1982 a portare i miei Pulcinella a San Gregorio Armeno, al Centro storico, ad uniche ed esclusive botteghe di antiquariato, Luigi Grassi all’ospedale delle bambole e a Franco e fratelli (Agostino ’o pazz) in piazzetta Nilo».

Quando aprì il suo laboratorio a Salita Arenella?

«Alla metà degli anni Ottanta. Venivano giornalisti, ero invitato a trasmissioni anche all’estero e i giornali parlavano molto di me. Iniziavo ad essere un riferimento per raccontare una città possibile con le sue atmosfere creative che permeavano un concetto legato al turismo e all’amore per la napoletanità».

Comincia a emergere, quindi, “l’artista di culto”?

«Interiorizzavo e, pur facendo questi Pulcinella molto belli e richiesti, presi coscienza che la mia missione era sempre più alta e proiettata in avanti nella ricerca nel contemporaneo».

Quando ha fatto la sua prima mostra importante?

«Nel 1989 al “Benevento Città Spettacolo”, dove Mimmo Paladino inaugurò l’Hortus Conclusus. Portai tutte le mie sculture più significative di cui ne conservo ancora qualcuna. L’allestimento me lo fece Bruno Garofalo. Fu l’incipit del mio vero racconto: Pulcinella contenitore universale di un progetto artistico importante. Ho girato in Europa con mostre a Parigi, al Centro Pompidou, a Madrid, a Budapest. Quindi lo studio a New York, a Brooklyn e ho continuato questa comunicazione».

Poi incontrò Massimo Troisi. Ci racconta?

«Massimo mi diceva sempre: “Lello tu sei bravo, non puoi stare a Napoli devi venire a Roma. Napoli può essere limitativa”. Io gli rispondevo: “La nostra città deve comprendere l’importanza della tradizione, della pizza, del cibo e di tutta la cultura dei segni e dei simboli che devono uscire dall’immobilismo per costruire un’economia possibile che deve partire dal basso. Più visceralmente andiamo giù, più possiamo costruire qualcosa di importante”. Quindi aggiunsi: “Vorrà dire che diventerò un nutrimento per la mia città: mi faccio mangiare, sto qua, venite, mangiatemi”. Questo è il messaggio che ho sempre dato a tutti i livelli dal basso all’alto. Anche con Pino Daniele c’è stato un bel rapporto. Nella note al suo album “Mascalzone Latino” ha fatto una citazione su di me molto bella».

Si definisce figlio d’arte. Perché?

«Mio padre scendeva nelle fogne di questa città, girava nelle sue viscere ed è morto a 39 anni per tutte le esalazioni che aveva respirato. Jean Noel Schifano, un grande scrittore che ha fatto libri bellissimi su Napoli, su di me scrisse un racconto in un giornale in Francia: “Lello è andato incontro al padre. É andato nelle viscere della città a incontrare suo padre cacciatore di topi”».

Un momento significativo fu quando Francesco De Santis, rettore del Suor Orsola Benincasa, le chiese di fare una grande mostra alla università. Perché?

«All’inaugurazione arrivano oltre duemila persone e si bloccò corso Vittorio Emanuele. Vincenzo Mollica mi fece servizi su Rai Uno. Chiamai la mostra “L’odore dell’animo” e la dedicai a Massimo Troisi».

Per quale ragione?

«Ho una sua foto sulla quale scrisse: “Non ho mai visto la mia anima. Entrando nello studio di Lello Esposito ne ho sentito l’odore. Con amicizia Massimo Troisi”».

Alla “Metamorfosi di un napoletano che si chiama Pulcinella”, titolo di un suo bellissimo dipinto, sono seguiti altri simboli: l’uovo, il teschio, il Vesuvio, San Gennaro, il corno. Qual è il loro significato?

«Sono le icone della nostra contemporaneità e con esse rappresento lo spirito di identità che questa città ha in questo momento. Lo faccio con una modalità evoluta, con tecniche e colorazioni che escono fuori dal soggetto tradizionale e da un immobilismo di tradizione. Aldo Masullo vent’anni fa scrisse: “grazie a Lello Esposito finalmente quel Pulcinella comincia a morire e lascia qualche cosa di nuovo. È nata una coscienza di saper lavorare su quello che abbiamo e che dobbiamo trasformare”. La mia arte è andata e va su questa direzione».

Oggi il suo laboratorio è nelle scuderie di Palazzo Sansevero con attiguo il laboratorio di Raimondo di Sangro. Quando c’è venuto era uno scantinato abbandonato e in stato di degrado. Qual è stato il suo impegno?

«Contribuire a rendere il centro storico il cuore pulsante di Napoli, di questa città mondo. Oggi a piazza San Domenico Maggiore c’è dinamismo, nomadismo culturale e turistico. Il mio laboratorio è aperto a tutti. C’è sempre acqua, bibite e i servizi a disposizione dei visitatori».

Per realizzare tutto questo ha avuto contributi pubblici?

«Non ho mai voluto un contributo pubblico nella mia vita e non ne ho mai ricevuti. Contributi e sussidi sono un danno per la nostra società perché dobbiamo farcela con le nostre forze. Ne siamo capaci. Questo è il messaggio che sto dando alla città con la mia creatività e con i miei grandi sforzi. Lavoro per dieci persone».

Ha messo le mani dove nessuno voleva metterle. Crede di essere riuscito a fare comprendere il valore e il significato della nostra tradizione?

«Mi sento di poter dire di esserci riuscito e che la nostra tradizione ha lo stesso valore e significato che ha il pop in America. Sono fiero, orgoglioso e contento di confrontarmi con i ragazzi che spesso vengono a chiedermi delle cose. Non ho mai fatto una denuncia per plagio, per diritti artistici, per rivendicare la proprietà di marchio, perché ho cercato di comunicare tutto il mio sapere e tutto quello che facevo a tutti».

Come definisce Napoli?

«Una città che puoi vedere in due modi, da lontano e da vicino. Io l’ho vista anche nel profondo ed è una città che può dare moltissimo a noi stessi, al Sud, all’Italia e al mondo. È una città che ancora rappresenta grande umanità con tutte le sue contraddizioni, nel bene e nel male, è una città nomade, in movimento, tollerante. Ha ancora una dimensione di creatività, di progetto, e di grande sviluppo. Bisogna accettarla e i napoletani sono un popolo straordinario. Invito gli investitori stranieri a venire a Napoli perché si vivono emozioni uniche al mondo. Lavoriamo tutti insieme per adattarci anche alle sue difficoltà».

Quanto ha dato alla sua città?

«Tutto quello che sono stato in grado di fare al massimo delle mie forze e possibilità».

Ha qualche progetto in cantiere?

«Fare un laboratorio più tecnico, forse nella zona industriale, e rimettere in mezzo tutta la creatività a 360 gradi. Riprendere, quindi, le attrezzature che ho messo da parte che consentono di cuocere la terracotta, cosa che non faccio da tanti anni, di saldare metalli e sperimentarne altri. Sono attività che non si possono fare in un centro storico. Spero di poter fare uno “spazio” adeguato e formare anche dei ragazzi affinché portino avanti un laboratorio dove coesistano e convivano antico e contemporaneo ».

di Mimmo Sica

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