Giovedì 19 Luglio 2018 - 2:14

Un avvocato prestato alle istituzioni

Alessandra Clemente (nella foto), vomerese verace, è un avvocato prestato all’impegno istituzionale. È assessore al Comune di Napoli con 9 deleghe. Quando ha avuto la nomina era la più giovane d’Italia a sedere nella giunta di un’amministrazione comunale.

«Avevo dieci quando mia madre, Silvia Ruotolo, fu brutalmente assassinata dalla camorra. Da allora ho iniziato a partecipare con mio padre a tante iniziative nel contesto di Libera. Un giorno il suo fondatore, don Luigi Ciotti, ci venne a trovare e ci disse: “se volete sarò al vostro fianco”. Tutti gli eventi promossi per mamma, a partire da quello di piazza Medaglie d’Oro, per me erano tanti momenti importanti e ci prendevo parte con lo stesso entusiasmo con cui andavo con le amiche al cinema o a fare una partita di tennis, il mio sport preferito ».

Quando ha cominciato a comprendere il loro significato?

«A mano a mano che crescevo, anche perché conoscevo persone come Paolo Siani, don Tonino Palmese, Geppino Fiorenza, Maria De Marco. Sono stati nella crescita mia e di mio fratello Francesco tutti sempre presenti in quei momenti, come fratelli e sorelle di mamma e papà».

Ce n’è stata qualcuna che ricorda in modo particolare?

«Un ruolo fondamentale nella nostra vita lo ha avuto Emma Romano, la moglie del prefetto di quei tempi, Pippo Romano. A settembre veniva a prendere me e Francesco e ci accompagnava a comprare la cartella, i libri e il diario, proprio come aveva sempre fatto mamma. Il fatto che era la moglie del prefetto era un segno di grande attenzione».

Quelle frequentazioni come hanno inciso sul suo percorso di adolescente?

«Mi hanno fatto riflettere sull’importanza di capire quale doveva essere il mio ruolo di figlia e quindi, come tale, di impegnarmi affinché quello che era capitato a mia madre non venisse dimenticato. Ho preso coscienza che il ricordo si trasforma in memoria quando viene condiviso. La memoria non è un qualche cosa piena di polvere con lo sguardo rivolto al passato, ma è il nostro progetto per il presente. Costituisce, quindi, la più alta forma di impegno civile e democratico che un paese possa avere. Ho conosciuto Rita Borsellino e anche grazie a lei ho capito che avevo il diritto di gridare il mio dolore e sostenere con forza che quello che era accaduto a mamma non era imputabile al fato o al destino. Dovevo sovvertire anche la narrazione che era stata uccisa “per errore” perché si trovava “nel posto sbagliato al momento sbagliato”. Era un linguaggio tendente a giustificare la presenza della criminalità organizzata nel nostro territorio. Quel giorno non c’è stato un errore perché quelle persone si sono organizzate, armate, hanno preso un motorino e hanno ucciso mia madre che era al posto giusto dove a quell’ora stanno tutte le mamme: era andata a prendere il mio fratellino di cinque anni a scuola».

Voleva fare il magistrato per la sua grande voglia di giustizia, ma poi cambiò idea. Perché?

«Mi sono laureata con il massimo dei voti discutendo una tesi in Diritto del lavoro. Durante la preparazione post-laurea Tano Grasso, che mi conosceva da bambina, mi coinvolse nella Fai (Federazione delle Associazioni antiracket e antiusura italiane) di cui era il fondatore e il presidente nazionale. Mi consigliò di fare pratica presso l’ufficio legale della sede di Napoli per poi sostenere l’esame per avvocato».

Accettò?

«Con grande entusiasmo. Da praticante entrai per la prima volta nel Tribunale di Santa Maria Capua Vetere e assistetti a un processo molto importante a carico di esponenti della criminalità organizzata. Quindì seguii Nino Daniele, allora sindaco di Ercolano, nello svolgimento del processo nato a seguito della denuncia di tutti gli imprenditori nei confronti della delinquenza organizzata di quella città. Vedendo quegli uomini, giovani e anziani, che erano nelle gabbie, mi venne voglia, paradossalmente, non di essere il giudice che li puniva, ma una “maestra” che dava la possibilità di scoprire il disvalore delle loro azioni. Iniziai, perciò, ad approfondire la tematica della giustizia riparativa e andai a studiare negli Stati Uniti. Avevo 23 anni».

Quando ha incontrato il sindaco Luigi de Magistris?

«Ero rientrata a Napoli per sostenere gli scritti dell’esame da avvocato. Il sindaco de Magistris mi invitò a una chiacchierata con lui. Ricordo che era l’1 gennaio del 2013. Si ricordava di me alla presentazione di un libro alla Feltrinelli. Mi disse: “Sto pensando a un assessorato da dedicare ai giovani. Come parlamentare europeo conosco tante progettualità che vengono dall’Europa con i fondi dedicati alla creatività e alla innovazione. Tu hai espresso con coraggio valori molto forti. Vorrei affidarlo a te, te la senti?”. Rimasi scioccata da quella proposta. Poi mi dissi che un’occasione come quella non andava perduta anche perché qualora non mi fossi trovata bene avrei potuto lasciare l’incarico. Dopo una lunga e approfondita riflessione l’entusiasmo prevalse sulla paura e accettai ».

A che cosa rinunciò?

«A un percorso importante che avevo intrapreso a New York sia sul piano personale che su quello professionale. Avevo messo su casa, fatto amicizie, intrecciato una relazione sentimentale con un ragazzo e mi ero inserita in un famoso studio legale».

Quale fu la molla di questa importante svolta nella sua vita?

«La consapevolezza di essere coerente con quanto avevo sempre sostenuto e cioè che ognuno di noi deve contribuire al cambiamento in un territorio oltretutto difficile come il nostro. È un compito che non possiamo delegare ad altri. Ora che avevo l’opportunità di farlo non dovevo rinunciare per l’egoismo di stare in una mega dimensione qual è quella statunitense».

Napoli però l’aveva ferita a morte.

«È vero ma è stata anche una città molto generosa nei confronti miei e della mia famiglia e si è presa cura della mia ferita. Oggi ho una cicatrice che mi ricorda il mio impegno come figlia, come cittadina e come istituzione di ricambiare e comportarmi allo stesso modo in cui Emma Romano, Maria De Marco, le istituzioni si sono comportate con me. Ho l’obbligo di restituire quello che ho avuto perché, nonostante non ho più una gamba perché mi è stata tolta mia mamma, ho però una sedia a rotelle che mi consente di camminare. Mutuo la storia del gambero che scrissi in un tema (era il tema dell’esame di quinta elementare) quando avevo dieci anni e che Marco de Marco, l’allora direttore del “Corriere del Mezzogiorno”, volle offrire ai lettori come metafora di Napoli. Quel tema fu inserito nella prima pagina del “numero uno” del “Corriere del Mezzogiorno”».

Cinque anni fa nacque il suo assessorato. Con quale delega?

«Non una ma tre: delega ai giovani e alle politiche giovanili, alla creatività e alla innovazione. Nel tempo sono diventate nove. Avevo 25 anni ed ero l’assessore più giovane nella storia di questa città e d’Italia. Ricordo che le persone venivono qui a vedere se ero un soggetto parlante».

Quanto furoni difficili gli inizi?

«C’era molta diffidenza nei confronti di una bandierina della legalità così giovane che si inseriva in una squadra guidata da un sindaco con la bandana arancione. Ancora una volta fu fondamentale l’aiuto di mio padre che mi diceva: “le persone non conoscono la tua caparbietà, la tua preparazione, il tuo bel carattere. Lavora e fatti apprezzare per quello che sei e vali, e sentiti sempre libera di interrompere questa esperienza”. Dalla mia parte avevo un grande coraggio, ma anche il peso e la responsabilità di dovere essere all’altezza della memoria di mia madre e di usare nel migliore modo possibile gli stumenti che il ruolo istituzionale mi dava per fare sentire la mia voce».

Si è sentita una privilegiata?

«Sono profondamente convinta che ci sono un sacco di ragazzi molto più capaci di me ma con condizioni oggettive diverse dalle mie. Sono molto attenta perché ho il terrore di suscitare invidie nei miei coetnei. Non mi nego a nessuno e non ho filtri. Il numero del mio cellulare lo do a tutti. Sento la responsabilità di rappresentare la voce di una generazione muta».

Ci spieghi.

«L’assessorato è nato soprattutto perché i giovani abbiano importanza. La prima cosa che ho fatto ho creato una squadra composta da trentenni. L’obiettivo era ed è quello di ascoltare la città ed insieme di farsi “sentire” dalla città tutta, dando opportunità sia sul piano ideale che materiale ».

Con quali risultati?

«Il mio più grande gol in questi cinque anni e che ogni anno conquistiamo tutte le opportunità di spesa pubblica che vengono dalla Comunità Europea, Governo e dalla Regione Campania».

In che modo?

«Non esistono finanziamenti per i giovani “dovuti” alla nostra città. Bisogna competere con progetti. Quelli che creiamo nell’assessorato risultano sempre ai primi posti. Il nostro fiore all’occhiello sono le grandi performance di efficacia e trasparenza rispetto ai fondi strutturali europei, governativi e regionali».

Qual è l’ultimo progetto finanziato?

«Il Green Network e riguarda 60 giovani che hanno l’opportunità di lavorare nel verde, nell’area Nord e nel Parco dei Camaldoli. Lego sempre opportunità dei giovani a luoghi della città che hanno grandi potenzialità di crescita. Un altro simile e su settori diversi riguarda il Rione Traiano. C’è una progettualità che prevede l’accompagnamento e la formazione per la gestione di un cinema e non solo nella struttura polifunzionale di Soccavo».

I giovani sono anche i protagonisti della movida che soffre di adeguati controlli ed efficaci sanzioni.Qual è il suo pensiero?

«Dobbiamo fare un percorso di accompagnamento della città ad “una notte consapevole”. Nelle ore notturne fanno fatica il trasporto pubblico, i presidi pubblici, le forze dell’ordine. Abbiamo ereditato un sistema pensato per 20 anni fa dove le città erano diverse e non vivevano anche di notte. Dobbiamo garantire gli stessi standard di servizi che abbiamo nelle ore diurne perché se mancano domina la confusione. Le politiche assunzionali degli enti locali sono incardinate nel Ministero della funzione pubblica per cui le città non hanno alcuna autonomia rispetto alle assunzioni. La notte ha bisogno di tanti autisti di autobus e metro, poliziotti municipali, presidi di legalità».

Che cosa dice ai giovani della movida?

«Amate voi stessi in qualsiasi momento e non esponetevi mai in una notte a divertimenti e comportamenti come quelli che drammaticamente hanno tolto la vita a quel meraviglioso ragazzo che era Nico».

di Mimmo Sica

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