Giovedì 21 Giugno 2018 - 2:59

La burger droga: salviamoci

Una ricerca scientifica condotta dagli studiosi dell’Università di Calgary, i cui risultati sono stati recentemente diffusi nel corso di convegno di studi tenutosi in Canada, ha evidenziato come il consumo abituale di junk food, alimenti ipercalorici dal forte squilibrio nutrizionale, determini un aumento della fame con conseguenze dannose per l’organismo. Lo studio, diretto da Stephanie Borgland, è stato svolto consentendo a un gruppo di cavie di avere libero accesso, ventiquattro ore su ventiquattro, a cibo ipercalorico ricco di sale, grassi e zuccheri. Al termine dell’esperimento si è confrontato lo stato di salute di questi animali con quello di altri animali che avevano avuto a disposizione analoga alimentazione solo per un’ora al giorno. Al termine dello studio, durato 40 settimane, i ricercatori hanno riscontrato che gli animali che avevano mangiato solo junk food non solo erano diventati obesi ma avevano sviluppato anche un aumento nel cervello di sostanze endocannabinoidi, droghe naturali dell’organismo. All’aumento del livello di queste sostanze psicotrope è stato riscontrato corrispondere un’inibizione del senso di sazietà e un cambiamento dell’attività neuronale nella corteccia orbito-frontale del cervello che svolge un ruolo determinante nell’assunzione delle decisioni, incluse quelle relative al cibo. Le cavie che avevano avuto a disposizione cibo ipercalorico solo per un’ora al giorno non hanno registrato, invece, alcuna delle conseguenze manifestatesi alle cavie alimentatesi solo con junk food. In definitiva, gli animali che avevano assunto più calorie, e che quindi avrebbero dovuto avere meno fame, sono risultati essere quelli più propensi a mangiare per effetto dell’aumento di endocannabinoidi che indurrebbero un meccanismo cerebrale di motivazione a continuare a mangiare. Il junk food, insomma, creerebbe una sorta di dipendenza e di meccanismo coatto a mangiare con effetti dannosi per la salute. La definizione di junk food, come cibo, prevalentemente di produzione industriale, commercializzato nella grande distribuzione e base dei fast food, caratterizzato da un forte squilibrio nutrizionale, per l’eccesso di sale, zucchero e grassi saturi rispetto a tutti gli altri nutrienti (patatine fritte, snack, brioscine, nuggets e condimenti dei fast food, ecc.), risale ai primi anni settanta. L’enfasi all’epoca posta sulla derivazione industriale del cibo spazzatura si inseriva coerentemente nel contesto storico connotato dalle diffuse proteste e dalla forte critica ai sistemi capitalistici di produzione di massa. A ben vedere il richiamo alla spazzatura, però, intendeva qualificare come malsano quel cibo squilibrato e ipercalorico, non solo e non tanto per la sua origine, quanto per la sua composizione. È per questo che l’espressione continua ad essere usata a distanza di oltre quaranta anni, depurata dall’enfasi protestataria, e conosce rinnovata diffusione oggi che l’attenzione alla salubrità dei cibi è divenuta una sorta di nevrosi collettiva. Il primo a codificare il junk food fu lo scienziato statunitense, titolato al Massacchusets Istitute of Technology, Michael F. Jacobson, noto anche per essere stato uno dei primi attivisti sul fronte delle battaglie per il cibo salubre e la legislazione di garanzia per il settore. Nel 1971 insieme a James Sullivan e Albert Ftisch, Jacobson fondò il Center for Science in Public Interest impegnato in campagne per vietare il junk food nelle scuole, limitare il contenuto di gas nelle bevande analcoliche zuccherate, ridurre l’uso di sale nei ristoranti, promuovere una etichettatura trasparente e comprensibile degli alimenti, limitare le azioni di marketing di cibi spazzatura destinate a bambini e ragazzi nonché altre iniziative per la promozione di stili di consumo alimentare orientati alla sicurezza e alla salubrità. La ricerca degli studiosi canadesi attribuisce nuova rilevanza alle attività di Jacobson, oggi settanticinquenne, che in larga parte, seppure sotto il profilo più politico che scientifico, sono svolte anche da altre organizzazioni. Non disdegnamo, allora, un scappatella al fast food o ai distributori automatici ma lasciamo che resti una scappatella e non un’abitudine se vogliamo tutelare la salute nostra e dei nostri figli.

 

di Antonio Medici

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