Giovedì 19 Luglio 2018 - 2:15

La multinazionale Slow Food

Slow Food, l’associazione fondata da Carlo Petrini 32 anni fa, si presenta con numeri da multinazionale: nei 150 paesi del mondo in cui è presente persegue la propria mission attraverso oltre 1.500 condotte locali e 2.000 comunità del cibo, coinvolgendo milioni di persone. Senza dubbio è il più partecipato movimento che ambisce a promuovere, a partire dai comportamenti dei singoli, un modello di produzione agricola sostenibile tanto dal punto di vista ambientale che sociale. La chiave del successo dell’organizzazione risiede nell’intuizione geniale di coniugare l’obiettivo macro (una produzione agricola responsabile) con comportamenti micro (dei singoli) orientati alla ricerca del piacere. Proprio attraverso la pratica consapevole della gioia del convivio, cui dedicarsi “in lento e prolungato godimento”, milioni di attivisti ritengono di poter contrastare le produzioni alimentari intensive, industriali, che impoveriscono territorio e agricoltori. Qualche contraddizione inevitabilmente è destinata ad emergere tanto per le dimensione delle attività che per l’estendersi delle stesse in settori di business (editoria), quindi fuori dal recinto del mero associazionismo. I numeri da multinazionale fanno si che oggi Slow Food sia un marchio la cui spendita produce reddito. Importanti sponsor non a caso sostengono le principali manifestazioni quali Salone del Gusto, Cheese e Slow Fish. Le pratiche di Slow Food Editore, che usa a piene mani la rassicurante chiocciola, non paiono sempre coerenti con la mission dell’Associazione che formalmente rimane soggetto diverso (un po’ furbescamente reclamando la distinzione in caso di critiche). Dulcis in fundo, nella ristorazione è sempre più diffuso un uso cattivo, sporco e ingiusto dei loghi che identificano produzioni tutelate dall’associazione attraverso i programmi Alleanza dei Cuochi, Presìdi e Arca del Gusto. Pullulano i menù di ristoranti e di pizzerie di questi loghetti slow, che sempre più spesso non trovano riscontro nel concreto uso e che vengono esposti per giustificare prezzi esosi di pietanze anonime. Non esiste, del resto, alcun controllo incisivo sull’uso dei simboli che fanno capo alle produzioni tutelate da Slow Food e da questa accreditate come di qualità. Attraverso diversi espedienti ristoratori e loro consulenti riproducono sui menù, senza riscontro nel piatto, intere paginate programmatiche di Slow Food per indurre nel consumatore l’idea di un locale attento alla qualità e alle tematiche slow e a ben predisporsi al proprio salasso in nome della ragion di Bra. Tollerare o ignorare gli abusi significa essere conniventi con gli impostori e infischiarsene delle tasche degli avventori. Asserire, come abbiamo sentito a volte, che debba essere il consumatore a saper discernere è ignavia. Non può pretendersi che tutti abbiano occhio e palato educato a riconoscere i singoli prodotti. Nemmanco, infine, va trascurato l’aspetto diseducativo che si genera quando un mangiatore poco esperto sia convinto dall’artefatta immagine creata dal menù farlocco di assaggiare un San Marzano mentre invece sta ingurgitando una pummarola cinese. Slow Food deve assumere una responsabilità coerente al proprio rilievo e alla propria credibilità, agendo attivamente per assicurare la correttezza d’uso dei propri marchi. In caso contrario il sospetto che si chiuda un occhio perché anche l’abuso aiuta a diffondere il marchio (e far crescere il business) diverrebbe fondato. D’altronde ove si fosse incapaci di garantire affidabilità ben si potrebbero ritirare i marchi dall’uso di qualsiasi locale aperto al pubblico, ivi inclusi quei tanti, comunque minoranza, onesti e riconosciuti. Nel corso del trentennio di attività l’associazione ha manifestato una capacità senza pari di rispondere ai mutamenti economici, sociali e ai nuovi stili di vita, adeguando, fermi restanti gli obiettivi, le proprie azioni strategiche, calibrando opportunamente le iniziative territoriali e la comunicazione. È giunto il momento che anche l’aspirante gastronomo slow sia tutelato da rigide politiche di controllo sull’effettivo impiego delle materie prime certificate dalla chiocciolina e dunque sull’uso di quei marchi.

di Antonio Medici

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