Lunedì 19 Novembre 2018 - 18:43

Le peculiarità di tre vini particolari

Da qualche anno imperversa l’aggettivazione del vino, che non è più semplicemente più o meno buono, essendo, di volta in volta, naturale, biodinamico, biologico, eroico, arcaico, archeologico, marino, indipendente, artigianale e via in libertà con la scelta dell’aggettivo più esotico che l’immaginazione del vignaiolo è acapace di pescare dal dizionario. Chi più ne ha più ne metta, insomma. Recenetemente in una degustazione sofisticata sono stati proposti tre vini diversi e diversamente aggettivati: il SVG920 di Masseria Frattasi di Bonea che nella logica aggettivistica in uso andrebbe definito convenzionale, essendo prodotto secondo i criteri dell’agricoltura e della trasformazione delle uve convenzionalmente in uso nel terzo millennio. Il produttore lo definisce anche eroico, in quanto prodotto a partire da viti impiantate a 920 metri di altitudine, nel punto più alto della vigna; il Bianco della Cantina Giardino di Ariano Irpino, definibile artigianale, essendo prodotto secondo la libera espressione del vignaiolo “in base alla propria artigianalità, senza l'enologo e che non usa biotecnologie” (citiamo dalla pagina Facebook della cantina); il 33/33/33 della Cantina Vallisassoli, prodotto a partire da viti allevate secondo i dettami dell’agricoltura biodinamica, un sistema elaborato dall’antroposofo (neologismo nato dalla fusione di antropologo e filosofo) Rudolf Steiner all’inizio del ’900, a partire dall’idea che la masseria è parte di un sistema cosmico con le cui forze deve porsi in sintonia. È un sistema di agricoltura che bandisce l’utilizzo di agenti chimici sui terreni e sulle piante, impiegando particolari composti (come, per esempio, il cornoletame e il cornosilicio) con cui fertilizzare e curare le piante in armonia con le fasi lunari e le forze cosmiche in generale. Le vigne da cui originano le uve del SVG 920, per la peculiare esposizione e collocazione altimetrica, necessitano di scarsissimi trattamenti antiparassitari. Sono le condizioni naturali stesse della vigna ad assicurare protezione dalle più frequenti malattie della vigna e buona vigoria delle piante: escursioni termiche, ventilazione, esposizione, composizione dei terreni. Le uve alla base di questo vino, dunque, sono una vera e sincera espressione dell’ambiente da cui provengono. Le pratiche di cantina, a giudicare dall’esame del vino, hanno rispettato la qualità del frutto e lasciato che nel vino si esprimessero le caratteristiche del vitigno e del territorio in cui è stato impiantato. L’SVG920 sarà pure convenzionale, ma si potrebbe dire anche estremamente naturale per l’espressione cristallina della natura in cui è fatto e del carattere del produttore, ardito, perspicace, vivace. In ogni caso è un vino buono, più che buono. Il 33/33/33 si presenta d’intensità, complessità e ricchezza tali da tradurre e trasmettere la filosofia che ispira le pratiche agricole che il produttore ha scelto. Il vino non ha parola ma parla comunque. È ben possibile che il bevitore del 33/33/33 ignori i precetti complessi e l’ispirazione filosofica della biodinamica, non è possibile che sin dal primo sorso non ne catturi il fascino intricato, il pensiero articolato come fascinosa e intricata è la natura dei terreni e delle uve da cui è tratto. Si potrebbe dire naturale anche questo vino, dunque. In ogni caso è un vino buono, più che buono. Il Bianco di Cantina Giardino è un vino che si dichiara artigianale. È un vino frutto di una grande e schietta passione che ha portato al recupero di vecchie vigne autoctone. Un vino che viene declamato schietto, territoriale, emozionante, naturale, appunto. All’esame è un vino interessante per il colore, rientra a pieno titolo negli orange wine, ed è al gusto molto più semplice delle parole che il produttore spende per descriverne la filosofia di produzione. È un vino di stile casereccio, ammiccante per la sua dolcezza. La degustazione di questi tre vini e delle diverse filosofie produttive e condizioni produttive induce a due conclusioni decisive. La prima è il vino deve parlare non meno del produttore, deve esservi, insomma, un equilibrio tra eloquenza del vino e eloquenza del produttore. La seconda è che resta indiscussa la prevalenza dell’aggettivo buono. Il vino deve essere buono, ovvero piacevole, a prescindere dalla narrazione, dalle sovrastrutture ideologiche dei produttori e dei commentatori.

di Antonio Medici

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