In via Vittorio Emanuele in un prestigioso edificio ottimamente riallestito, affacciato su piazza Municipio, difronte alla Stazione Marittima, ma solo in linea d’aria, il pastificio Di Martino propone la triplice offerta di store, street food e pasta bar sotto l’insegna Sea Front. Inganno atroce, giacché il mare è distante l’intera piazza e dalle vetrate del piano superiore, ove è collocata la cucina con il bel bancone ligneo per gli ospiti, ci si affaccia sulla ferraglia e sui blocchi di cemento del cantiere ultradecennale per la costruzione della stazione della linea metropolitana. Di sea front non c’è e non ci può essere null’altro che il vagheggiamento del passeggio dopo pasto. Dal banchetto aperto sulla strada parte la intelligente sfida alla pizza, rievocando l’antica tradizione, più antica della pizza stessa, della devozione: un cestino di 125 grammi di spaghetti al pomodoro venduto al prezzo di 5 euro. Idea geniale e molto gustosa. Il pasta bar al piano superiore, in misteriosa antitesi con la popolarità del marchio, del prodotto, la pasta, e della stessa formula bancone è un puro ossequio al Patacracchismo, se così possiamo arbitrariamente definire quella funesta corrente in virtù della quale abili chef o produttori di delizie gastronomiche ammantano di futili pajette preparazioni che di straordinario hanno solo il prezzo. In un contesto molto preciso e formale, un ottimo maitre e una efficiente quanto delicata donna in livrea servono una dozzina di piatti di pasta, declinazioni di quattro temi: terra, mare, orto e grandi classici. Buone esecuzioni di buone intuizioni senza clamori, tra cui spiccano le fresine (troppo tiepide) con crostacei al mandarino. Una ventina di ospiti, comodamente seduti lungo il perimetro dei fuochi, cui lentamente officiano lindi chef, paiono onorati di poter aprir le fauci agli intingoli cucinati innanzi ai loro occhi. La magia del marketing e della comunicazione nell’era del gastrofighettismo rende possibile l’impensabile: essere disposti a pagare fior di euro per inchinarsi e raggiungere il climax spirituale della devozione alla dea pasta. Deve essere questa, piuttosto che la tradizione, l’origine vera e crudelmente irrisoria del nome del piatto clou dello Yard Front De Martino (ci sia permessa la correzione). Ve ne è conferma inconfutabile. «È un percorso» dolcemente redarguisce, meravigliata come se si fosse richiesto di saltare una preghiera in una messa, la sacerdotessa in livrea alla richiesta di accelerare il servizio del dolce, stante la necessità di dover ripartire a breve. Increscioso e angoscioso interrogativo incrina il fervore mistico del cronista ateo che, intanto, si intratteneva in amabile ma devota discussione con la bella vicina di bancone: abbandonarsi al fideistico percorso pastafariano verso il dolce, o abbandonare lo sgabello e lanciarsi sul percorso verso il convoglio destinato a riportarlo tra le blasfeme mura di casa? L’angoscia monta quando lo chef - officiante, ricevuta la sollecitazione dalla celestiale assistente, manifesta platealmente il suo fastidio. Pare dire: chi son questi infedeli che vorrebbero alterare i ritmi del rito, che prevede, guarda caso, prima della pur squisita pastiera, un nido di devozione avvolto ai rebbi di una forchetta ben allusivamente dorata? Al debole e goloso cronista non resta che la conversione sulla via della pastiera, il che lo salva dall’ira deifica e giustamente lo sottopone alla penitenza del portafoglio e della diligenza che, blasfema anch’essa, non attende i tempi del compimento del “percorso”.