Martedì 19 Settembre 2017 - 17:38

I giudici: Stasi ha ucciso Chiara per una causa "pregressa"

MILANO. Sarebbe stato scatenato da "un pregresso tra vittima e aggressore" il "raptus omicida" che portò Alberto Stasi a massacrare la fidanzata Chiara Poggi. Lo sostengono i giudici della prima sezione d'appello di Milano nelle motivazioni al verdetto con cui hanno condannato Stasi a 16 anni di carcere. «Le modalità dell'aggressione inducono a individuare l'esistenza di un "pregresso" tra vittima e aggressore - si legge nel documento - tale da scatenare un comportamento violento da parte di quest'ultimo, evidentemente sorretto da una motivazione forte, che ha provocato in quel momento il raptus omicida, portato fino alle estreme conseguenze». Proseguono i giudici: "«Una motivazione per cui l'assassino si e' portato di prima mattina a casa di Chiara, forse per ottenere o fornire spiegazioni verbali, che al contrario hanno fatto si' che lo stesso si vedesse 'costretto' ad aggredire la vittima e ad 'eliminarla' lanciandola giu' dalle scale. Si puo' quindi sostenere che anche se il movente dell'omicidio e' rimasto sconosciuto, ancora una volta e' la scena del crimine a individuarlo in quel rapporto di 'intimita' scatenante una emotivita'' che non puo' che appartenere a un soggetto particolarmente legato alla vittima". In via ipotetica, i giudici si soffermano sulla possibilita' che a fomentare la furia di Stasi possa essere stata la "passione" per la pornografia coltivata dal giovane. "Sicuramente Alberto Stasi deteneva consapevolmente nel suo computer migliaia di immagini di contenuto pornografico, tutte da lui catalogate e classificate in cartelle diversamente denominate (...). Da alcune di tali cartelle emerge l'interesse dell'imputato per alcuni temi che inducono a riflettere. Ci si riferisce, in particolare, alle immagini di donne incinte riprese durante atti sessuali, di donne mature in pose pornografiche, di scarpe di donne, di orge o di rapporti indotti con la forza, anche di natura omosessuale, anche raccapriccianti, di foto erotiche di ragazzine". - Rispetto all'obiezione della difesa che Chiara fosse a conoscenza della passione per la pornografia di Stasi, i giudici ribattono che "pur trattandosi in ogni caso di ipotesi, e' evidente che un conto sono erotismo o pornografia condivisi, e percio' consapevolmente accettati e fatti propri da due soggetti adulti, altro e' venire a conoscenza di interessi del partner segreti, o di natura tale da non poter essere facilmente digeriti, ma al contrario molesti o dolorosi, o comunque idonei a porlo in una diversa luce, anche molto negativa"

Omicidio Yara, Bossetti verso l'abbreviato

MILANO. Giuseppe Bossetti, il muratore bergamasco accusato dell’omicidio di Yara Gambirasio, potrebbe chiedere il rito abbreviato condizionato. A dirlo il suo difensore, l’avvocato Claudio Salvagni, in vista della richiesta di rinvio a giudizio del carpentiere da parte del pm. «Quello che mi sento di escludere è una richiesta di giudizio abbreviato secco - dice il legale -. L’abbreviato condizionato è una possibilità che potremmo prendere in considerazione dopo aver studiato le carte». Intanto, in una lettera publbicata da Qn, Bossetti scrive che «il carcere, che tu sia innocente o colpevole, è sempre e comunque un inferno». 

Ruby, Bruti Liberati difende
la Boccassini

MILANO. «La collega Ilda Boccassini è stata attaccata in modo spesso vergognoso» per il processo sul caso Ruby, «dimenticando che a lei e ai suoi collaboratori della Dda di Milano si devono in questi anni le indagini più importanti sulla 'ndrangheta». Lo ha detto il procuratore capo di Milano, Edmondo Bruti Liberati, ospite su SkyTg24. A proposito delle indagini sul caso Ruby che, ha sottolineato, «erano doverose» come dimostrano «le motivazioni della sentenza d'Appello, e vedremo poi quelle della Cassazione», «il costo totale credo sia di 66mila euro tutto compreso. Siamo a cifre assolutamente modeste» ha detto Bruti Liberati. «Il procedimento, contrariamente a quello che si è detto, ha visto in campo delle forze estremamente limitate della Procura - ha assicurato Bruti Liberati - è stato fatto con una piccola squadra di polizia giudiziaria, il numero di intercettazioni telefoniche è stato limitatissimo, come per una piccola indagine su un traffico di stupefacenti di periferia».

Accusato
di 'ndrangheta,
ex gip si suicida

PALMI. L'ex gip di Palmi Giancarlo Giusto si è si è tolto la vita impiccandosi nella sua abitazione a Montepaone Lido, nel Catanzarese. Il magistrato era stato coinvolto in un'operazione della Dda di Milano e accusato di essere a libro paga di esponenti della 'ndrangheta, Era stato condannato (ancora in via non definitiva) e stava scontando la pena agli arresti domiciliari. Il corpo di Giusti è stato trovato questa mattina e sul posto stanno lavorando i carabinieri del Comando provinciale di Catanzaro: probabilmente verrà disposta l’autopsia per accertare le cause del decesso. Non è ancora noto se il magistrato abbia lasciato un testo scritto con le sue ultime parole.

 

Il magistrato aveva già tentato il suicidio nel 2012, quando era detenuto nel carcere di Milano Opera, dopo la prima pronuncia di condanna (a quattro anni di reclusione) nel processo scaturito da un’inchiesta della Dda del capoluogo lombardo: in quella occasione venne soccorso dagli agenti della Polizia penitenziaria.

 

L’ex gip di Palmi, sospeso dal Csm, era stato accusato di corruzione aggravata per i suoi contatti con la cosca Valle-Lampada. I magistrati e la Squadra mobile di Reggio Calabria provarono le numerose volte in cui il boss Lampada lo ospitò a Milano pagandogli delle escort. Giusti era stato colpito da un ulteriore provvedimento cautelare poco più di un anno fa perché sospettato di avere favorito la scarcerazione di elementi di spicco della cosca Bellocco di Rosarno in cambio di 120mila euro.

Il Papa: il mondo nasconde
la persecuzione
dei cristiani

CITTA' DEL VATICANO.  «I cristiani sono perseguitati. I nostri fratelli versano il sangue soltanto perché sono cristiani. Prego il Signore perché questa persecuzione contro i cristiani che il mondo cerca di nascondere finisca e ci sia la pace». Lo ha detto Papa Francesco dopo la preghiera dell'Angelus in piazza San Pietro. «Con molto dolore ho appreso degli attentati terroristici di oggi contro due chiese nella città di Lahore in Pakistan - sono state le parole di Francesco - Mentre assicuro la mia preghiera per le vittime e i loro familiari chiedo, imploro al Signore il dono della pace e della concordia per questo Paese». Bergoglio ha espresso anche vicinanza «alla popolazione di Vanuatu colpita da un forte ciclone. Prego per i defunti, per i feriti e i senza tetto. Ringrazio quanti si sono subito attivati per portare soccorsi e aiuti».

Pakistan, kamikaze contro chiese cristiane

ISLAMABAD. Cristiani sotto attacco in Pakistan. Due attentati kamikaze davanti ad altrettante chiese hanno provocato almeno 15 morti e oltre 70 feriti a Lahore, capoluogo del Punjab e seconda città più popolosa del paese. Lo riferiscono fonti del Lahore General Hospital, citate dal sito pachistano Dawn, secondo le quali molti feriti sono in condizioni critiche. Fra i morti vi sono almeno due bambini. I due attentatori si sono fatti esplodere davanti alla Chiesa Cattolica e la Chiesa di Cristo che si trovano una accanto all'altra nella zona popolare di Yohana Abad. Lahore è la città con più cristiani del Pakistan e in questo quartiere sono almeno un milione. I due kamikaze si sono fatto esplodere all'ingresso delle chiese, affollate da centinaia di persone per la messa domenicale. Il duplice attentato è stato poi rivendicato da un gruppo dissidente dei talebani pachistani, Jamaat ul Ahrar. "Siamo stati noi", ha detto il portavoce del gruppo, Ehsanullah Ehsan, citato dalla Bbc in lingua urdu. Dopo l'attentato, la folla inferocita ha linciato due persone sospettate di aver aiutato gli attentatori, ha riferito Zaheem Qadri, portavoce del governo provinciale.

«Ero seduto davanti ad un negozio vicino alla chiesa quando un'esplosione ha scosso il quartiere - ha detto un testimone, chiamato Amir Masih, al sito Dawn - sono corso sul posto e ho visto una guardia di sicurezza che lottava con un uomo per impedirgli di entrare nella chiesa. Quando l'uomo è caduto a terra si è fatto esplodere. Ho visto parti del suo corpo proiettate in aria. Anche la guardia è morta». L'attentato ha sconvolto la comunità cristiana del Pakistan, già segnata dal duplice attentato contro una chiesa di Peshawar, che nel 2013 provocò 80 morti e un centinaio di feriti. Tutte le le scuole missionarie sono state chiuse e manifestazioni di protesta di cristiani si sono tenute a Lahor, Multan, Faisalabad, Peshawar e Karachi. A Lahore, dove la comunità cristiana accusa le autorità di incompetenza, manifestanti armati di bastoni hanno bloccato la metropolitana.

Quattro poliziotti, accusati di guardare una partita di cricket invece di fare il loro dovere, si sono dovuti barricare in un negozio per sfuggire alla folla inferocita. Solo dopo due ore, scrive Dawn, uno degli agenti, che era ferito, è stato condotto in ospedale, dove è però deceduto.

Il primo ministro pachistano Nawaz Sharif ha condannato l'attentato e ordinato di rafforzare la sicurezza davanti a chiese, moschee e altri luoghi di culto. Circa il 2% della popolazione, in un paese quasi totalmente musulmano, i cristiani sono vittime di continue persecuzioni. Il 2 marzo 2011 fu ucciso il ministro per le Minoranze, il cristiano Shahbaz Bhatti che era intervenuto a difesa della cristiana Asia Bibi, condannata a morte per blasfemia.

Verona, 50enne ammazza padre e figlio

VERONA. Ci sarebbe un prestito non onorato alla base del litigio che ha portato al duplice omicidio di due persone, padre e figlio, a Buttapietra, località alle porte di Verona. Le vittime sono Martino Mazza, 48 anni, originario di Ercolano, e il figlio Pietro, 25. L’omicida è Alfonso Manzo, 50 anni, originario di Torre del Greco. Secondo la ricostruzione effettuata dai carabinieri di Verona, venerdì sera i tre si sarebbero incontrati a casa di Manzo per alcuni chiarimenti relativi a questioni economiche che erano in sospeso e che non erano state definite. Ad un certo punto, la discussione si è accesa e i toni si sono fatti particolarmente violenti, con la lite che è stata sfiorata. Fatto sta che padre e figlio, vista la piega che stava assumendo la situazione, sono andati via per evitare il peggio. Ieri mattina, però, sono tornati nell’abitazione di Manzo per chiarire ulteriormente la vicenda. Dalle parole, piuttosto violente, si è passati rapidamente ai fatti. All’improvviso si è scatenata una colluttazione e Manzo è rimasto ferito al volto da un’arma da taglio che i due interlocutori avevano portato con sé. A quel punto, Manzo ha estratto la pistola ed ha sparato dieci colpi di pistola contro i due sul vialetto esterno all’abitazione. Per Martino e Pietro Mazza non c’è stato scampo: i due sono caduti sotto i colpi.

 

Roma, bimba rom ferita da 11enne: è gravissima

ROMA. Una bambina di 11 anni residente con la famiglia nel campo nomadi di Castel Romano, all'estrema periferia di Roma, è stata trasportata in ospedale in gravissime condizioni con una ferita d'arma da taglio all'addome: la lama avrebbe perforato un polmone. La bimba è stata operata ed è in pericolo di vita. Sulla vicenda sono in corso indagini dei carabinieri di Pomezia. Dai primi accertamenti sembra che sia stata ferita da un amichetto con un coltello da cucina mentre giocavano nel campo nomadi.

A 11 anni ferita da una coltellata

ROMA. Una bambina di 11 anni è stata ferita con un coltello da cucina al torace all'interno del campo nomadi di Castel Romano, in provincia di Roma, ieri pomeriggio. La piccola è stata trasportata all'ospedale Sant'Anna e poi trasferita al Bambin Gesù. Sottoposta a un intervento chirurgico per la perforazione di un polmone si trova ora in prognosi riservata ed è in gravissime condizioni. Sul caso indagano i carabinieri di Pomezia che sono stati allertati dall'ospedale Sant'Anna. Da una prima ipotesi sembra che la piccola sia stata accoltellata da un altro bambino con cui stava giocando. La madre del minore è stata identificata e sono in corso accertamenti per ricostruire la dinamica dei fatti.

Caso Moro, spuntano a sorpresa 17 file audio. E ne manca un altro

ROMA. Diciassette cassette audio-registrate ritrovate tra i reperti del covo brigatista di via Gradoli sono state acquisite dalla Commissione d’inchiesta sul caso Aldo Moro. Non risulta da nessun atto giudiziario che il contenuto di queste cassette sia mai stato ascoltato e verbalizzato. Ne dà notizia Gero Grassi, componente della Commissione d’inchiesta. «Oggi il presidente della Commissione d’inchiesta sul caso Moro, Giuseppe Fioroni, ha acquisito diciassette cassette audio-registrate ritrovate tra i reperti del covo brigatista di via Gradoli grazie al lavoro della dottoressa Antonia Giammaria, magistrato distaccato presso l’organismo parlamentare", ha dichiarato Grassi. Che ha aggiunto: «Da quel che si conosce dagli atti erano 18 le cassette registrate ritrovate nel covo e mai ascoltate: ad oggi ne manca dunque una. Per il momento le cassette sono dunque nella cassaforte della Commissione, presto ne conosceremo il contenuto e ne valuteremo la sua rilevanza per le nostre indagini».

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