Domenica 27 Maggio 2018 - 1:29

Espulso dall'Italia marocchino simpatizzante dell'Isis

SAVONA. Un giovane marocchino residente a Ceriale (Savona), considerato simpatizzante dei terroristi islamici dell'Is, è stato espulso oggi dall'Italia per ragioni di sicurezza nazionale. Hanno eseguito il decreto di espulsione, emesso dal ministro dell'Interno, i carabinieri del Ros di Genova e del comando provinciale di Savona. Il provvedimento e' stato adottato in seguito a un'indagine antiterrorismo del Ros di Genova coordinata dai pm Nicola Piacente e Federico Manotti della procura di Genova, e iniziata l'estate scorsa.

Gli investigatori hanno documentato il processo di radicalizzazione del giovane marocchino, da anni residente in Italia, avvenuto tramite il web. Pedinato e intercettato per mesi dai carabinieri del Ros, il giovane ha espresso in più di occasioni palesi condivisioni dei metodi terroristici dello Stato Islamico, interagendo virtualmente con altri soggetti poi espulsi dall’Italia per ragioni di sicurezza nazionale all’indomani della strage effettuata nella redazione di Charlie Hebdo.

Solo l’arresto – avvenuto nel marzo scorso – di una cellula di islamisti albanesi ritenuti responsabili dell’instradamento in Siria di un giovane marocchino residente nel bresciano, ha indotto il giovane cerialese a “congelare” le sue posizioni radicali. I carabinieri hanno documentato un attento processo di de-radicalizzazione ritenuto dagli inquirenti strumentale, adottato con lo scopo di sfuggire al probabile controllo delle autorità, reso particolarmente capillare negli ultimi periodi vista la recente escalation del terrorismo internazionale di matrice islamista. Il caso documenta per la prima volta in Liguria dell’esistenza di “lupi solitari” e pertanto sarà oggetto di studio sia sul piano delle nuove tecniche investigative sia per quanto riguarda il fenomeno del radicalismo via web propugnato dall'Is.

Gioielliere ucciso a Roma: è caccia al bandito, quartiere sotto choc

ROMA. È caccia al rapinatore con la parrucca che ieri pomeriggio ha ucciso il gioieliere di 70 anni Giancarlon Nocchia nel suo negozio in via dei Gracchi, nel quartiere Prati, a Roma. Al vaglio degli investigatori anche le immagini delle telecamere di sorveglianza presenti in zona, comprese quelle del negozio di Nocchia, che potrebbero aver ripreso le fasi della rapina.

 
Una rapina che lascia sotto choc il quartiere dove il gioielliere lavorava da 40 anni e che è una delle zone commerciali più frequentate della capitale. Nocchia, a quanto riferito da conoscenti, avrebbe già subito diverse rapine in passato. Alla famiglia di Nocchia è arrivato anche il cordoglio del sindaco Ignazio Marino: «Confido in una risposta veloce degli investigatori e delle Forze dell'ordine, affinché i responsabili vengano consegnati alla giustizia», ha detto il primo cittadino. Ma in città monta la polemica sulla sicurezza, e l'ex sfidante di Marino alle ultime comunali, Alfo Marchini, incalza: «Ormai la nostra città è un far west. Abbiamo bisogno di più forze dell'ordine, di più controllo del territorio e della certezza della pena. Abbiamo bisogno di un sindaco che si faccia sentire con il Governo. Abbiamo bisogno di un sindaco che governi Roma e che la ami. Purtroppo abbiamo Marino».

Volevano decapitare militare, sventato attacco contro base in Francia

PARIGI. Avrebbero confessato il progetto di attentato contro una base militare francese i tre individui arrestati dalle forze di sicurezza del paese e tuttora in stato di fermo: secondo France Info, i tre volevano sequestrare e decapitare un graduato dell'esercito francese nella base militare di Port-Vendres, vicino Perpignan. L'intento era quello di filmare la loro azione e diffondere le immagini su Internet a cose fatte. L'attacco era in programma per il 7 gennaio prossimo, ad un anno dagli attentati contro Charlie Hebdo.

I sospetti attentatori, un 17enne, un 19enne e un ex marinaio riformato sono stati fermati dagli uomini della DGSI (Direction générale de la sécurité intérieure) in zone diverse, Bouches-du-Rhône, Rhône e Yvelines. A dare notizia degli arresti è stato il ministro dell'Interno Bernard Cazeneuve. Un minore di 16 anni si è visto revocare lo stato di fermo dopo che si era appreso che era stato scartato dal progetto per la sua giovane età.

Uno dei principali istigatori del progetto, il 17enne, era stato individuato alla fine dello scorso anno per "il suo attivismo sulle reti sociali" e la sua aspirazione a partire per la Siria, grazie al dispositivo creato dal governo per contrastare l'operato delle reti jihadiste. Messo sotto sorveglianza, il sospetto ha condotto gli investigatori sulle tracce degli altri tre individui con cui era in contatto, si legge su 'Le Monde', secondo il quale era stato l'ex militare della marina a proporre di prendere di mira una base nel sud della Francia in cui aveva prestato servizio prima di essere riformato.

Anche il terzo fermato, il 19enne, era stato individuato per i suoi legami con i movimenti radicali. Secondo una fonte prossima al caso citata dal quotidiano, un servizio di intelligence 'straniero' avrebbe contribuito ad attirare l'attenzione dei servizi francesi sulle intenzioni dei 3. Ora dall'analisi dei computer e dei cellulari si dovrebbe poter capire se il progetto veniva realizzato in coordinamento con un contatto in Siria.

Nel dare l'annuncio degli arresti Cazeneuve ha dato le cifre della lotta contro l'estremismo jihadista in Francia; dall'istituzione del numero verde un anno e mezzo fa, circa 2500 persone sono state segnalate per 'radicalizzazione'. Malgrado il dispositivo di prevenzione messo in atto nell'aprile 2014, i francesi partiti per la Siria dall'inizio della guerra civile sono ormai 500.

Gioielliere ucciso in una rapina, caccia al bandito

ROMA. Tragica rapina in via dei Gracchi, a Roma. Un gioielliere di 70 anni, Giancarlo Nocchia, è stato trovato morto nel pomeriggio, intorno alle 17:30, nel suo negozio di Prati, uno dei quartieri più frequentati e chic della Capitale.

Un colpo alla testa, dato con un'arma contundente ma nessuna arma da fuoco: sarebbe questa probabilmente, a quanto si apprende, la causa della morte. A mettere a segno il colpo, intorno alle 16, sarebbe stato un solo uomo ma nessuno avrebbe assistito alla scena. Ma forse potrebbe esserci un filmato: sarebbero state regolarmente funzionanti le telecamere di sorveglianza della gioielleria.

Il rapinatore, con una parrucca, avrebbe suonato alla gioielleria e poi aggredito Giancarlo Nocchia con un'arma contundente, al momento sconosciuta. Dopo aver portato via tutti i gioielli della vetrina, si sarebbe dato alla fuga. Nel percorso avrebbe perso una scatola, forse con dentro un gioiello, poi ritrovata dai carabinieri.

A dare l'allarme è stato un negoziante vicino che, insospettito dall'assenza di Nocchia, ha aperto la porta della gioielleria e lo ha trovato riverso a terra: il locale era a soqquadro e le vetrine svuotate. Sul posto sono intervenuti i carabinieri del nucleo investigativo di via in Selci e della compagnia san Pietro.

«Una rapina finita male. Una botta in testa ed è morto sul colpo», ha detto il cognato di Nocchia, giunto poco dopo sul luogo dell'omicidio. «Ci ha avvertito il figlio, è successo tra le quattro e le cinque - racconta - lui aveva riaperto la gioielleria alle quattro e in quel momento era da solo. Una brutta rapina, mio cognato non aveva problemi con nessuno. Una brutta rapina, figlia di questa crisi, davanti a cui le forze politiche non riescono a far niente. Dovrebbero inasprire le pene perché è impossibile morire così, è impensabile, è assurdo».

Una gioielleria storica quella di via dei Gracchi. Aperto da 40 anni, il negozio è tra i più noti di Prati, e si trova a due passi da Cola di Rienzo, una delle più frequentate zone commerciali della Capitale. Tutto intorno al negozio, si vedono transenne bianche e rosse che delimitano l'area per consentire che si svolga senza intralci il lavoro della scientifica.

Nel quartiere, l'aria che si respira è di sconcerto e preoccupazione. Intanto, è scattata in tutta la città la caccia ai banditi che hanno messo a segno la tragica rapina.

"Caronte" infuoca l'Italia, emergenza pronto soccorso

ROMA. "Caronte" infuocherà ancora per molto tempo l'Italia e nei prossimi giorni raggiungerà la sua massima potenza: temperature diurne fino a 39° nel corso del weekend, con possibili picchi di 40/41° nelle zone interne del Centro-Sud. Roma, Napoli, Firenze, Bari, Verona, Trieste e Venezia sono solo alcune delle città che vedranno temperature sopra i 37° per diversi giorni. La redazione web del sito ilmeteo.it avverte che «sarà una vera e propria 'Hot Storm', una 'tempesta' di caldo eccezionale».

L’aria caldissima proveniente dall’entroterra algerino, attraversando il Mediterraneo, si caricherà di umidità e l’afa diventerà più intensa: il corpo umano percepirà temperature più alte di 4/6° rispetto a quelle reali. Antonio Sanò, direttore del portale, invita a «prestare le dovute attenzioni alle persone più deboli o fragili, come anziani, bambini e individui affetti da problemi cardio-vascolari e circolatori».

Gli effetti sulla salute dei cittadini iniziano a farsi sentire. «Sono aumentati gli accessi nei pronto soccorso italiani per anziani e bambini a causa del caldo che sta interessando in queste settimane il Paese. Tutte le strutture sono allertate». Lo ha affermato il ministro della Salute Beatrice Lorenzin, a margine della visita al pronto soccorso del Policlinico Gemelli di Roma insieme al presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti, rispondendo alle domande dei giornalisti sugli effetti dell'ondata di caldo in Italia.

Il super-caldo di Caronte proseguirà anche nella settimana successiva con temperature sempre sopra i 34/36° su molte regioni. Un possibile temporaneo cambiamento del tempo - conclude - lo si avrà, probabilmente, solo verso fine mese.

Cade dal terzo piano: 20enne americana gravissima

PERUGIA. Una ragazza americana di 20 anni è ricoverata in ospedale a Perugia in condizioni disperate, dopo essere caduta nel cuore della notte da un balcone al terzo piano di un palazzo in centro a Perugia.

 
L’allarme è scattato poco prima delle 2 della notte tra martedì e mercoledì in via Oberdan, all’angolo con via Santa Lucia, quando un passante l'ha trovata a terra. La ragazza originaria della Florida, in città per motivi di studio, è precipitata dal balcone al terzo piano, a circa 12 metri di altezza. Immediati i soccorsi del 118 e da parte di alcuni volontari della Croce rossa presenti sul posto. La giovane studentessa è stata trasportata in codice rosso al pronto soccorso del Santa Maria della Misericordia,

Sul posto è arrivata anche la polizia con squadra volante, mobile e scientifica. L’ipotesi considerata più probabile al momento è che si tratti di una caduta accidentale.

Niente botte ai figli,
per la Cassazione è violenza

ROMA. I figli non si educano a suon di botte. Lo ricorda la Cassazione con una sentenza nella quale intima lo stop a metodi violenti a scopo educativo. «L’eccesso di mezzi di correzione violenti concretizza il reato di maltrattamenti in famiglia e non rientra nella fattispecie» che sanziona l’abuso dei mezzi di correzione «neppure ove sostenuto da “animus corrigendi” poichè l’intenzione soggettiva non è idonea a fare rientrare nella fattispecie meno grave una condotta oggettiva di abituali maltrattamenti, consistenti in continue umiliazioni, rimproveri anche per futili motivi, offese e minacce, violenze fisiche».
A fare scendere in campo in modo perentorio i giudici di piazza Cavour, il caso di un padre ultracinquantenne di Pordenone condannato dalla Corte d’appello di Trieste ad un anno e otto mesi di reclusione per i reati di maltrattamenti in famiglia e lesioni personali aggravate in danno del figlio minorenne. Inutile il ricorso dell’uomo in Cassazione volto ad attutire la sua posizione (abuso dei mezzi di correzione anzichè il reato di più grave di maltrattamenti) sulla base che, a detta della difesa, la sua condotta era volta «unicamente all’esercizio, pur se in ipotesi eccessivo, dello “ius corrigendi”» e quindi avrebbe dovuto tutt’al più essere sanzionata in maniera più lieve. La Suprema Corte ha bocciato la tesi difensiva e ha reso definitiva la condanna nei confronti del padre manesco.

I giudici su Schettino:
inchino scelta criminale

GROSSETO. Nella sentenza di condanna di Francesco Schettino per il naufragio della Costa Concordia all’isola del Giglio, vi è anche una parziale attenuante, per il reato di abbandono: l’ex comandante era «sopraffatto dal terrore di morire». E per i giudici di Grosseto, è una «ragione meno riprovevole» di altre. Il tribunale riassume anche “l’invito dell’imputato alla Cemortan e a Ciro Oronato di mettersi in salvo mentre si trovavano tutti e tre sul lato destro della nave» e ne deduce che «se Schettino avesse avuto in mente già in quel momento di abbandonarla, lo avrebbe fatto insieme a loro. Appare dunque più probabile che il Comandante -spiega la sentenza - in quei drammatici momenti, non avesse un’idea precisa di come comportarsi, forse ancora speranzoso che la nave potesse stabilizzarsi sulla scogliera. Qualche minuto dopo però nel momento in cui la Concordia registrava un improvviso sbandamento, egli era tutt’a un tratto sopraffatto dal terrore di morire e, non riuscendo a dominare il proprio istinto, decideva di abbandonare la nave nonostante vi fossero ancora a bordo centinaia di persone. Preda di tale paura, egli si allontanava, pronto a mentire alla Capitaneria, accampando scuse fantasiose pur di non farvi più ritorno», scrivono ancora i giudici.
Se l’evacuazione della Costa Concordia fosse avvenuta prima di mezzanotte, e quindi con un margine di oltre due ore dall’impatto con l’isola del Giglio, non ci sarebbero stati morti. È una delle conclusioni cui arrivano i giudici nelle motivazioni di condanna. «Si può concludere che le trentadue vittime - si legge nella sentenza - trovavano morte per asfissia da annegamento. È inoltre possibile collocare temporalmente l’entrata in acqua di tutte le vittime nei quarante minuti successivi alla mezzanote. In particolare, alcune di esse scivolano in acqua durante lo spostamento dal lato sinistro al lato destro della nave». Se Schettino avesse gestito l’emergenza con perizia e diligenza, ci sarebbe stato tutto il tempo per dare l’evacuazione quando la nave era ancora poco inclinata. Fu l’inclinamento accentuato a impedire la discesa delle scialuppe, ricordano i giudici, dal lato sinistro e a costringere molti passeggeri a cambiare lato.
Non tanto nei momenti precedenti l’impatto con l’isola del Giglio, quanto nelle attività di gestione dell’emergenza, secondo i giudici ci sono responsabilità anche del comandante in seconda della Costa Concordia, Roberto Bosio. Nella sentenza di condannna si ritiene di fatto un errore del Gip aver archiviato la posizione di Bosio. Con Schettino, si legge nella sentenza, Bosio ha condiviso la decisione di non far diffondere le notizie che giungevano dai ponti allagati e “l’omessa chiamata dell’emergenza generale sin dalle 21.58. Contrariamente alla tesi sostenuta dall’accusa e recepita dal Gip - spiegano i giudici - il Collegio ritiene che sussistano profili di condotta colposa ravvisabili in concreto in capo al comandante in seconda in collegamento causale con gli eventi delittuosi (morti e lesioni personali). Nel disaminare i profili di colpa contestati all’imputato Schettino, tale responsabilità omissiva avrebbe dovuto essere contestata anche al comandante in seconda, oltre che a Schettino”.
Francesco Schettino abbandonò la Costa Concordia e “lasciò i passeggeri in balìa di se stessi. Schettino nel momento in cui saltava sulla scialuppa per abbandonare la nave era consapevole della presenza sul lato sinistro della Concordia o comunque che si allontanava in modo definitivo dalla Concordia accettando in tal modo il rischio di lasciare le persone in balìa di se stesse”. L’ex comandante, per i giudici, ha indugiato al punto che quando è stata data l’emergenza generale, la situazione a bordo era scivolata verso un’estrema confusione e assenza di univoche indicazioni, con conseguente caos diffusosi tra equipaggio e passeggeri. E quando scese dalla nave, Schettino aveva “la precisa intenzione di non risalirvi”.

Tragico incidente, morti due gemellini di pochi mesi

PISA. Due gemelli di pochi mesi sono morti questo pomeriggio nello scontro tra l'auto, in cui viaggiavano con la madre e il padre, e un'autocisterna sull'autostrada A12 tra i caselli di Pisa e Viareggio in direzione Nord. Per i piccoli, nonostante i soccorsi, non c'è stato nulla da fare. La madre è stata trasportata in ospedale, ma non sarebbe in pericolo di vita, il padre è uscito illeso dall'incidente così come l'autista del tir. Secondo una prima ricostruzione l'auto con a bordo la famiglia era sulla corsia di sorpasso quando è stata travolta dal tir che l'ha schiacciata contro il guard-rail. Sul posto sono intervenuti gli agenti della Polizia Stradale e i vigili del Fuoco

Papa Francesco: «Il mate mi aiuta, ma non ho assaggiato la coca»

ROMA. «Il mate mi aiuta, ma non ho assaggiato la coca». Lo ha detto Papa Francesco durante la conferenza stampa sul volo che lo ha riportato a Roma, trasmessa dalla Radio vaticana. Per quanto riguarda il dono, ricevuto dal presidente boliviano Evo Morales, Bergoglio ha detto che la scultura, che raffigura un crocifisso su una falce e martello, «è arte di protesta» ma «per me non è stata un'offesa e lo porto con me».

Quella dei selfie «è un'altra cultura», ha detto Papa Francesco, davanti alla quale «mi sento un bisnonno». «È un'altra cultura - ha ribadito, citando l'episodio di un poliziotto che gli ha chiesto un selfie prima della sua partenza - ma la rispetto». Ma il pontefice ha parlato anche della crisi ellenica. «I governanti greci che hanno portato avanti il debito internazionale, con questo governo c'è stata una revisione un po' giusta». «Mi auguro che trovino la strada giusta per risolvere questa situazione - ha aggiunto Francesco - e che si trovi anche una strada di sorveglianza perché non succeda in altri Paesi. Questa strada del prestito e del debito non finisce mai». Quanto al processo di riavvicinamento tra Cuba e gli Stati Uniti, conclude, «perderanno e guadagneranno qualcosa, come sempre succede in un negoziato. Ma quello che guadagneranno entrambi è la pace».

 

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