Domenica 23 Luglio 2017 - 23:06

Caso Yara, Bossetti sbotta in aula: «Non posso star qui a sentire idiozie»

BRESCIA. Folla di curiosi e giornalisti davanti al tribunale di Brescia dove si celebra il processo d'appello contro Massimo Bossetti, condannato in primo grado all'ergastolo per l'omicidio di Yara Gambirasio, la 13enne di Brembate scomparsa il 26 novembre 2010. Decine le testate giornalistiche accreditate per poter assistere al processo celebrato davanti alla corte presieduta da Massimo Fischetti - accanto il giudice a latere Massimo Vacchiano e i sei giudici popolari - e che, come in primo grado, è stato vietato a telecamere e fotografi; aula bandita anche per tablet e cellulari. Sono ammessi solo i classici registratori o carta e penna, tre file di sedie sono riservate alla stampa.

È sulla traccia biologica che accusa e difesa si giocheranno il processo. Per i giudici di primo grado quella traccia è "assolutamente affidabile" poiché caratterizzata da "un elevato numero di marcatori" e verificata attraverso "una pluralità di analisi eseguite nel rispetto dei parametri elaborati dalla comunità scientifica internazionale". Non così per i difensori che parlano di "anomalia": se il Dna nucleare è di Bossetti, quello mitocondriale (identifica la linea materna) non corrisponde all'imputato.

IL PROCESSO - La prima tappa del processo riparte con la relazione che sintetizza gli elementi della sentenza e i motivi d'appello, un sunto dei 34 faldoni di cui si compone un'inchiesta senza pari con oltre 118mila utenze di cui sono stati acquisiti i tabulati, più di 25mila profili genetici acquisti da polizia scientifica e Ris, ricerche ininterrotte per tre mesi fino al ritrovamento del corpo senza vita nel campo di Chignolo d'Isola e di quella traccia genetica mista - della vittima e di Ignoto 1 - che segna una svolta e porta dritto a Bossetti.

PG - Una sentenza "ineccepibile, completa, logica". Così il pg di Brescia, Marco Martani, definisce la condanna inflitta in primo grado a Bossetti, in carcere dal 16 giugno 2014. Per il rappresentante dell'accusa "la ricostruzione e gli elementi di prova" contro Bossetti portano a una sentenza "ineccepibile che dà conto delle evidenze processuali", dice nel suo intervento davanti alla corte d'assise d'appello di Brescia.

Per il pg sarebbe "oltre i limiti del grottesco" pensare che si sia costruito un Dna contro l'imputato. "Si sta insinuando che il Dna estratto su 16 campioni degli slip e 2 sui leggings" della vittima "sia un Dna sintetico messo lì apposta quando è stato trovato il corpo o dopo?" è la domanda che si pone il rappresentante dell'accusa di fronte alla richiesta della difesa - contenuta nei motivi dell'appello - di nuove indagini sulla traccia genetica, "la prova granitica" secondo i giudici di primo grado contro Bossetti.

Un'ipotesi che il pg Martani respinge con forza perché ricorda che la traccia biologica mista trovata sul corpo della 13enne non porta a una persona nota, ma a Ignoto 1 a cui sarà possibile dare un nome solo dopo molto tempo, dunque è difficile immagine che si possa costruire un Dna di "un soggetto che non si sapeva neanche se esisteva. Se era un Dna artificiale poteva non appartenere a nessuno", invece porta al muratore di Mapello: "un essere vivente che abita a pochi chilometri" dalla 13enne di Brembate di Sopra.

"Non c'era nessun interesse a incastrare Bossetti che era estraneo a qualsiasi procedimento o sospetto" e la cui traccia biologica "non era presente in nessuna banca dati". La corrispondenza tra Ignoto 1 e Bossetti per l'accusa è totale, nessun dubbio nonostante la difesa marchi come anomalia il fatto che il Dna mitocondriale (indica la linea materna) non corrisponda all'imputato. La pubblica accusa ricorda come l'indagine non abbia tralasciato nessuna pista. "Non è stato tralasciato nulla, se no non si sarebbe neanche arrivati a questo processo. E stato fatto uno sforzo raro o forse è meglio dire unico nella storia investigativa italiana".

BOSSETTI SBOTTA IN AULA - "Non posso stare a sentire quelli che vengono qui a dire idiozie". Massimo Bossetti sbotta in aula. Nel momento in cui la pubblica accusa stava spiegando la compatibilità tra le fibre trovate sugli indumenti di Yara con quelli del furgone dell'uomo condannato in primo grado all'ergastolo, Bossetti - che più volte ha scosso la testa in segno di dissenso - si è alzato in piedi per interrompere la requisitoria. E stato immediatamente zittito dal presidente della corte.

DIFESA - La difesa di Bossetti ha prodotto un'integrazione rispetto alle richieste già avanzate per dimostrare l'innocenza del proprio assistito. Nel corso della prima udienza del processo d'appello, i difensori hanno chiesto l'acquisizione di una chiavetta Usb contenente la foto satellitare (già stampata) relativa al campo di Chignolo d'Isola dove la 13enne di Brembate fu trovata senza vita. Consegnati anche documenti bibliografici, i dati di riferimento di quella foto e le chiavi di accesso che consentono attraverso il web di vedere direttamente l'immagine che risulta scattata il 24 gennaio 2011.

Secondo quanto trapela, l'immagine non mostra il corpo della vittima, costringendo così l'accusa - nel caso la prova si rivelasse vera - a modificare la ricostruzione del delitto. Se Yara non era in quel campo, l'accusa dovrà spiegare che il corpo della 13enne è stato spostato. Sull'acquisizione dei nuovi atti i giudici si sono riservati. Il pg Marco Martani, ha ricordato che i motivi aggiuntivi della difesa Bossetti "sono stati depositati in ritardo di un giorno, ma considerata la ricerca della verità non mi oppongo". Una posizione condivida dalla parte civile, rappresentata dagli avvocati Andrea Pezzotta ed Enrico Pelillo.

UDIENZE - Il calendario dell'appello sarà serrato: dopo oggi si torna in aula il 6 luglio, il 10 e il 14 luglio, il 17 luglio è prevista "un'udienza di riserva". Il prossimo 14 luglio dunque i giudici di Brescia potrebbero già decidere se confermare l'ergastolo per Bossetti condannato per omicidio volontario pluriaggravato o concedere invece la perizia sul Dna. E in quella traccia genetica mista della vittima e dell'imputato trovato sul corpo della 13enne (sui leggings e gli slip), sulla corrispondenza del Dna nucleare di Bossetti ma sull'assenza del Dna mitocondriale dell'imputato che ruota l'intero caso.

Milano, vigile uccide il suo superiore e si spara alla testa

MILANO. Un vigile del comando della polizia locale di San Donato, alla periferia di Milano, ha sparato a un suo superiore e poi si è sparato alla testa. Sul posto sono intervenuti i carabinieri e i mezzi di soccorso. I due, in gravissime condizioni, sono stati trasportati al Policlinico di San Donato e al Policlinico di Milano, dove sono deceduti.

Tributi locali in forte aumento

ROMA. Per le imprese milanesi del terziario dal 2011 al 2016 si è registrato un forte aumento della pressione fiscale. Milano, tuttavia, nel confronto sui tributi pagati, è meno penalizzata di Roma. È quanto emerge dalla ricerca realizzata dall’Ufficio studi di Confcommercio Milano e presentata oggi al Circolo del Commercio.

"Con una crescita economica ancora incerta - afferma Marco Barbieri, segretario generale di Confcommercio Milano - i tributi locali rappresentano un peso rilevante per il mondo delle imprese. In particolare la pressione fiscale è sensibilmente aumentata negli ultimi anni anche a causa del taglio delle risorse alle amministrazioni comunali da parte dello Stato".

"Milano tuttavia - rileva Barbieri - anche grazie al dialogo tra Confcommercio e Comune, risulta nel complesso meno cara di Roma. Si può e si deve fare di più. Occorre intervenire sui tributi locali per sostenere le imprese, rilanciare i consumi e rendere la nostra città ancora più attrattiva".

L’analisi dell’Ufficio studi di Confcommercio Milano rileva i principali tributi che interessano le imprese commerciali, turistiche e dei servizi. Presi in esame Imu e Tasi sugli immobili di proprietà, Tari, la tassa rifiuti, Cosap, il canone occupazione spazi ed aree pubbliche e l’imposta di soggiorno (che vede gli imprenditori della ricettività turistica come esattori).

Due gli esempi: un ufficio di circa 100 metri quadrati di superficie e un negozio di 70 metri quadrati. Se per l’ufficio a Milano, nel 2011, si pagavano d’imposta poco meno di 790 euro, ora l’importo è vicino ai 2.900 euro: più di tre volte e mezzo di aumento. Nel caso del negozio di proprietà di 70 metri quadrati l’esborso passa da poco più di 96 euro ad oltre 355 euro: anche in questo caso una crescita di più di tre volte e mezzo.

Ma la capitale é più cara per gli immobili in locazione. La differenza emerge nei negozi dove le aliquote Imu sono diverse: 8,70 per mille a Milano sia per uso proprio dell’immobile che per locazione, 10,60 per mille a Roma per locazione e 7,60 per mille per uso proprio. A Milano per Imu eTasi si paga complessivamente più di 296 euro, a Roma oltre 355 euro.

Il confronto passa poi alla tassa smaltimento rifiuti. L’Ufficio studi di Confcommercio Milano ha preso in esame cinque tipologie di attività con differenti metrature: uffici, ristoranti, pizzerie, trattorie, bar caffè pasticceria, minimarket, ambulanti con i banchi di mercato alimentari. A Milano, dal 2011 al 2016, gli aumenti maggiori hanno riguardato i pubblici esercizi: bar caffè pasticceria con più del 157% (da 443 a 1.141 euro) e ristoranti/pizzerie/trattorie con oltre il 138% (da quasi 1.383 a circa 3.294 euro).

Nelle cinque tipologie messe a confronto per il 2016 l’importo medio della Tari è decisamente più alto a Roma: circa 2.778 euro contro i 1.420 euro di Milano: quasi il doppio. E il livello standard di servizio elaborato da Opencivitas (il portale d’accesso alle informazioni degli enti locali a cura del Ministero dell’Economia) è migliore a Milano rispetto a Roma.

Gli introiti della Cosap sono passati a Milano da 26,1 milioni di euro del 2011 a 59,9 del 2016, ma con il grande picco di 98,6 milioni di euro nell’anno di Expo 2015. Nella nostra città il balzo Cosap si è avuto tra il 2011 e il 2012 quando il gettito è cresciuto di oltre il 51% (alla fine del 2011 il Comune di Milano ha rivoluzionato il sistema di classificazione dello spazio urbano passando da 6 a 55 classi).

Nell’analisi effettuata dall’Ufficio studi di Confcommercio Milano per il confronto si sono individuati due assi commerciali importanti con lo stesso posizionamento di fascia media qualità/prezzo e con numerose insegne commerciali comuni: corso Buenos Aires a Milano e via Cola di Rienzo a Roma. Per un bar con dehor di 20 metri quadrati il canone di concessione è più caro a Roma di circa il 17% (5.738 euro contro i quasi 4.917 di Milano).

Attività temporanea: qui è più costosa Milano. Uno spazio pubblico di 20 metri quadrati per i tavolini e le sedie di un pubblico esercizio – occupazione di 3 giorni - a Milano costa il 68,5% in più rispetto a Roma (circa 366 euro contro i 217 euro di Roma). Un dato che penalizza la Milano attrattiva e degli eventi.

Sia a Milano sia a Roma si paga l’imposta di soggiorno, ma nella capitale è più cara. Sono state prese in esame tre delle cinque categorie degli esercizi alberghieri dove maggiore è il numero di pernottamenti: due, tre, quattro stelle. L’imposta di soggiorno media a Milano è di 3 euro, a Roma di 4,3.

Dall'analisi alle proposte. Confcommercio Milano, per Imu e Tasi propone di estendere le aliquote ridotte “premiali” ai proprietari di immobili a destinazione commerciale (utilizzati direttamente o affittati) della categoria D (alberghi, medie e grandi strutture commerciali) e della categoria A/10 (uffici e studi professionali).

Quanto alla Tari Confcommercio suggerisce di introdurre un abbattimento della tassa per chi produce e consente la raccolta e il riciclo di rifiuti di valore (carta, alluminio, vetro…). Quanto al Cosap, per Confcommercio il canone di occupazione del suolo pubblico va ridotto per sostenere le imprese, già in difficoltà per l’andamento dei consumi e l’abusivismo. In particolare, vanno diminuiti gli importi dell’occupazione temporanea per accrescere l’attrattività e gli eventi. Contestualmente si devono rafforzare tutte le procedure utili a reprimere la concorrenza sleale degli abusivi.

Sull'imposta di soggiorno, il gettito aumenterà con l’estensione anche alle locazioni turistiche brevi. Gli introiti dell’imposta di soggiorno devono essere destinati a interventi in materia di turismo e sostegno alle strutture ricettive con vantaggi per il turista. Ad esempio: una carta gratuita del turista che offra sconti per l’accesso ai musei e per l’utilizzo della rete pubblica Atm di trasporti.

Migranti, l'Ue dopo minacce Italia: «Vi sosterremo»

ROMA. "Il nostro messaggio è chiaro: prima di tutto, siamo pronti ad aumentare il nostro sostegno all'Italia, inclusa una sostanziosa assistenza finanziaria addizionale; secondo, agiremo perché gli Stati mantengano gli impegni a raddoppiare i loro sforzi lungo la rotta del Mediterraneo Centrale; terzo, sosterremo l'Italia nelle discussioni sulla cooperazione regionale negli sbarchi" di migranti. Lo ha detto la portavoce della Commissione Europea per le Migrazioni Natasha Bertaud, durante il briefing con la stampa a Bruxelles. 

"Il Consiglio Affari Interni e Giustizia della prossima settimana dovrebbe essere l'occasione per discutere la situazione a livello politico e per decidere un sostegno immediato per l'Italia. La Commissione sta lavorando fianco a fianco con l'Italia su questo", ha aggiunto la Bertaud. 

"L'Italia ha ragione a dire che la situazione nel Mediterraneo Centrale è molto impegnativa - ha continuato la portavoce - e la Commissione comprende le preoccupazioni dell'Italia: diciamo anche che, se ci dovesse essere un cambiamento" nelle politiche relative agli sbarchi, "prima dovrebbe essere discusso con gli altri Stati membri e anche comunicato in modo appropriato alle ong cui appartengono le navi, in modo che abbiano tempo per prepararsi".  

Il premier Paolo Gentiloni in mattinata ha avuto un colloquio sul tema con Angela Merkel, Emmanuel Macron, Theresa May, Mark Rutte e Donald Tusk poco prima dell'avvio del vertice preparatorio del G20 tra i leader europei.

Intanto oggi è arrivata al porto di Salerno la nave spagnola Rio Seguro con a bordo 1.216 migranti. Nessun cadavere a bordo, una decina le donne in stato di gravidanza, oltre 250 i minori. In circa 300 dovrebbero restare in Campania, mentre gli altri migranti saranno smistati in altre regioni.

Golf in Campania: al circolo Volturno Golf il primo campus estivo

CASTEL VOLTURNO. Cresce la voglia di golf in Campania: per la prima volta, infatti, un Campus Estivo golfistico riservato a bambini dagli 8 ai 13 anni, presso il Circolo Volturno Golf a Castel Volturno. Il Campus è partito lunedì 26 giugno e si chiuderà venerdì 30 alle ore 16:00 con la premiazione dei partecipanti.  Promosso dalla Delegazione Regionale Campania FIG e organizzato dal Circolo Volturno Golf di Castel Volturno, in collaborazione con l’Associazione Voltour, il Campus vede la presenza di circa 40 bambini che oltre al golf, praticano quotidianamente anche nuoto e tennis sotto la guida di Maestri Federali.Il Circolo Volturno consente la pratica delle tre discipline nelle strutture del Golden Tulip Resort Marina di Castello, che dispone di una piscina per il nuoto, 2 campi da tennis, campo pratica per il Golf e campo 18 buche.Prosegue dunque a pieno ritmo la strategia di coinvolgimento dei giovani per allargare la base dei praticanti, uno dei punti centrali del Progetto Ryder Cup 2022, diretto da Gian Paolo Montali. Il Campus rappresenta una prima occasione per avvicinare i ragazzi della Campania allo sport e in particolare al golf, proprio in previsione della Ryder Cup 2022, terzo evento al mondo per numero di spettatori dopo i Mondiali di Calcio e le Olimpiadi, che vedrà in azione a Roma presso il Marco Simone Golf & Country Club i 12 migliori giocatori europei e i 12 top player americani.La Federazione Italiana Golf, che sotto la guida del Presidente Franco Chimenti nell’ultimo decennio ha visto crescere in maniera esponenziale il numero di praticanti, può oggi ricevere un nuovo impulso dalla Campania, regione che nel 2016 ha fatto registrare un netto cambio di marcia per l’aumento dei tesserati.  Un segno tangibile delle enormi potenzialità del Sud Italia ed in particolare della Campania  in relazione al rapporto abitanti/golfisti.Attraverso iniziative come il Campus Estivo, si può portar in evidenza il messaggio di uno sport per tanti e non per pochi, uno sport all’aria aperta e salutare, uno sport che fonda le sue regole sulla disciplina e su regole comportamentali di grande utilità educativa, in particolare per i giovani.La Delegazione Regionale Campania della FIG sta lavorando in stretta collaborazione con il CONI Regionale, presieduto da Sergio Roncelli e si prevedono eventi collaterali anche in occasione delle Universiadi del 2019, così da consentire ai tanti atleti di giocare a golf in una gara che si terrà presso il Circolo Volturno.Il Campus Estivo, realizzato nell’ambito delle attività giovanili della FIG coordinate a scala regionale da Giovanni Satriano, si chiuderà con una gara di putting green e alla premiazione parteciperanno Luigi Maria D’Angiolella Presidente del Circolo Volturno, Vincenzo Corvino Delegato Regionale Campania della Federazione Italia Golf ed Ernesto Oliva Presidente di Voltour. MiSi

 

 

 

 

Roma, morta di morbillo bimba non vaccinata

Un altro decesso per morbillo di un bambino italiano, questa volta a Roma. Si tratta di una bimba di 9 anni, morta ad aprile scorso all'ospedale Bambino Gesù. Il caso è stato inserito solo ora nel registro di sorveglianza dell'Istituto superiore di sanità. La bambina soffriva di una malattia genetica complessa. E non era stata vaccinata.

Salgono a 3074 i casi di morbillo registrati in Italia dall'inizio dell'anno, secondo il bollettino settimanale dell'Istituto superiore di sanità aggiornato al 20 giugno. Quasi tutte le regioni (18/21) hanno segnalato casi, ma il 91% proviene da sette: Piemonte, Lazio, Lombardia, Toscana, Abruzzo, Veneto e Sicilia. L'89% dei casi era non vaccinato e il 7% ha ricevuto solo una dose di vaccino. L'età mediana dei casi pari a 27 anni. La maggior parte dei casi (73%) è stata segnalata in persone di età maggiore o uguale a 15 anni; 185 casi avevano meno di un anno di età. Sono 237 i casi segnalati tra operatori sanitari.

Uranio, ex maresciallo Gdf: nel '94 munizioni nel deposito della Marina a Napoli

Più di 300 chili di munizioni all'uranio impoverito, made in Italy, erano conservati, nel 1994, in un deposito della Marina italiana, nel napoletano. È quanto ha sostenuto oggi l'ex maresciallo della Guardia di finanza, Giuseppe Carofiglio, nel corso di un'audizione davanti alla Commissione parlamentare di inchiesta sull'uranio impoverito. «Nel 1994 - ha raccontato Carofiglio - presso il deposito della Montagna Spaccata, a Napoli, ho scoperto che nel deposito c'erano una ventina di casse, con sopra il simbolo della radioattività, con dentro 576 munizioni classificate 'isotopo 238'». Il maresciallo dopo la scoperta torna nel deposito «con un contatore geyser, un apparecchio non molto sensibile, i cui led però si accesero subito in presenza delle casse».

Il maresciallo informò subito il comando generale.«Di fronte ai miei dubbi da Roma mandarono addetti dell'allora Anpa (l'Agenzia di protezione ambientale) che, senza indossare alcuna protezione, entrarono nel deposito per un sopralluogo. 'Non c'è da preoccuparsi', mi dissero, ma viste le casse se ne allontanarono subito. Rilevarono la radioattività e lo scrissero nei verbali. Ma prima di andarsene, ci dissero: 'basterebbe tenere una sola di queste munizioni sulla scrivania per un anno per ammalarsi di cancro'».

Carofiglio chiede di portare le munizioni in un deposito dell'Esercito, per conservarle in sicurezza, «ma da Roma non vollero sentire ragioni e optarono per 'smaltire' tutte le munizioni all'uranio in una esercitazione, che effettivamente ebbe luogo ad agosto del '94. Dove? Non lo posso dire con certezza, ma allora il poligono di tiro preferito era quello delle acque tra Ponza e Ventotene».

Delle munizioni all'uranio «non ci fu mai carico contabile - ha spiegato Carofiglio - si trattava comunque di munizioni prodotte in Italia, probabilmente destinate a pattugliatori costruiti nei cantieri navali della Spezia e venduti alla Marina irachena, prima dell'embargo», aggiungendo che «è probabile che in quel deposito o in altri ci siano altre munizioni dello stesso tipo e anche proiettili allo zirconio».

Un racconto, quello di Carofiglio, che smentisce almeno due punti chiave che la Difesa ha più volte ribadito, rispetto all'uso di armi all'uranio impoverito. La prima sul mancato uso di questo tipo di munizioni e la seconda sul fatto che non fossero prodotte in Italia.

Perché mi sono deciso a parlarne solo adesso? «Perché c'è una Commissione che mi sembra davvero decisa a fare di tutto per fare emergere la verità sui militari morti o che stanno morendo. E perché quando ho finalmente preso piena coscienza della pericolosità della esposizione a questo tipo di munizioni ho vissuto un periodo davvero difficile, sono stato molto male», ha spiegato dinanzi alla Commissione Carofiglio.

I deputati del MoVimento 5 Stelle in Commissione Giulia Grillo e Gianluca Rizzo parlano di «rivelazione choc che arretra di almeno 6 anni la vicenda uranio impoverito in Italia. E non solo. Per la prima volta, in maniera ufficiale e davanti ai commissari viene rivelato ciò che in tanti sostenevano: e cioè che l'uranio impoverito era in Italia. Nonostante tutte le rassicurazioni arrivate in questi anni da tutti i livelli istituzionali».

«Chiediamo l'immediato intervento delle autorità giudiziarie competenti e lo ribadiremo al presidente Scanu: è più che mai importante agire subito, affinché eventuali prove, anche documentali, che persistano nei depositi di Pozzuoli e presumibilmente di La Spezia non vengano inquinate e si possa ulteriormente acquisire quante più notizie ed informazioni su quanto dichiarato dal maresciallo Carofiglio».

«Se tutto ciò - sottolineano i pentastellati - che egli afferma troverà ulteriori riscontri, sarà necessario riportare indietro di 20 anni anche le eventuali responsabilità politiche e militari di tutti quegli esponenti che hanno sempre negato la presenza di tali munizionamenti in Italia».

In una nota lo Stato maggiore della Difesa precisa che «le Forze Armate, Esercito, Marina e Aeronautica, e i Carabinieri mai hanno acquisito e impiegato munizionamento contenente uranio impoverito. I fatti riportati non rientrano nell’area di responsabilità della Difesa».

«La tipologia di munizionamento in discussione come già più volte dichiarato nel corso degli anni - spiega la nota - mai ha fatto parte dell’arsenale delle Forze Armate e mai è stato utilizzato né sul territorio nazionale, né all’estero». «In proposito - conclude lo Stato maggiore della Difesa - si rammenta che, a più riprese, su mandato tanto delle Forze Armate quanto delle varie Commissioni parlamentari succedutesi, diverse commissioni tecnico-scientifiche hanno appurato l’assenza, all’interno dei poligoni e delle aree addestrative delle Forze Armate, di valori anomali di uranio impoverito rispetto alla sua usuale presenza in natura».

Isernia, uccide paziente con acido solforico: arrestata infermiera

Un'infermiera 45enne, in servizio presso l’Ospedale di Venafro, in provincia di Isernia, è stata arrestata dai carabinieri a seguito di indagini coordinate dalla Procura della Repubblica di Isernia, in quanto ritenuta responsabile di omicidio volontario: la donna avrebbe somministrato a un paziente 76enne, Celestino Valentino, ricoverato per ictus, padre di una sua collega, dell’acido cloridrico, causandogli gravi lesioni al cavo orale che hanno portato l'anziano al decesso dopo atroci sofferenze.

Secondo quanto emerso dalle indagini, l'infermiera avrebbe ucciso l'anziano per vendetta: la direzione dell'ospedale infatti aveva avviato alcuni trasferimenti per riduzione di organico, dall’Ospedale di Venafro a quello di Isernia. Una decisione rifiutata dall'infermiera che si era messa in aspettativa. La donna in particolare riteneva di essere stata danneggiata a vantaggio di una sua collega, anch’essa in servizio presso lo stesso ospedale, figlia della vittima, che proprio per la grave situazione del genitore non era stata trasferita. L'infermiera ora si trova nel carcere femminile di Pozzuoli.

«L’arresto della donna indagata per l’omicidio del sig. Celestino è un risultato rilevante su un piano processuale quanto determinante su un piano emotivo. Non restituisce certo il sig. Celestino ai suoi familiari ma restituisce loro un po' di serenità, visto che da un anno vivono un incubo, pur nella fiducia mai perduta nella giustizia e negli inquirenti» dichiara l'avvocato Alfredo Ricci, legale dei familiari di Celestino Valentino.

«In questi giorni cade il primo anniversario - si legge nella nota del legale - dell’aggressione subita dal sig. Celestino e della conseguente morte. È bene ricordare che il sig. Celestino era immobilizzato in un letto dell’Ospedale “SS. Rosario", senza possibilità di deambulare né di parlare, quando venne aggredito da una persona che gli somministrò violentemente per via orale una sostanza caustica; non poté difendersi e neanche urlare per chiedere aiuto. La sostanza caustica corrose gli organi interni fino a provocare la morte del sig. Celestino dopo una lunga e atroce agonia durata giorni. A distanza di un anno, l’arresto di colei che fin dal primo momento venne individuata quale indagata costituisce un segnale importante».

Delitto Garlasco, Stasi resta in cella: confermata condanna a 16 anni

La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso straordinario presentato da Alberto Stasi condannato in via definitiva a 16 anni di carcere per l'omicidio della fidanzata Chiara Poggi, avvenuto a Garlasco il 13 agosto 2007. I giudici della prima sezione della Suprema Corte hanno accolto la richiesta del sostituto procuratore generale Roberto Aniello e della parte civile, i difensori Gian Luigi Tizzoni e Francesco Compagna, e hanno ritenuto inammissibile la richiesta in cui si chiedeva di rivedere la sentenza di condanna a causa di una 'svista' da parte della Cassazione che non si sarebbe accorta che nell'appello bis non sono stati risentiti 19 tra testimoni, consulenti e periti.

Nel ricorso, firmato da Stasi e dal difensore Angelo Giarda, si chiedeva la revoca della sentenza definitiva e di "rilevare l’errore di fatto", in assenza del quale "l’esito decisorio sarebbe stato differente". Un errore che ha leso, a dire della difesa, "il diritto ad un equo processo" sancito dalla Costituzione e dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo.

Testimonianze che vanno dal Dna della vittima trovato sui pedali della bicicletta dell'imputato, all'impronta di Stasi sul dispenser del portasapone; dal risultato della perizia sulle tracce di sangue sul pavimento di casa Poggi fino al racconto di chi varcò per primo la soglia della villetta di via Pascoli.

Una richiesta a cui sia il pg che i legali di parte civile si sono opposti sottolineando l’inammissibilità del ricorso perché la sentenza definitiva si fonda sui nuovi dati probatori "acquisiti nel relativo giudizio, attraverso i quali i numerosi indizi già esistenti hanno finito per integrarsi, senza alcuna rivalutazione dell'attendibilità delle testimonianze già acquisite in fase di indagine o in primo grado".

In sostanza dei 19 testimoni chiesti dalla difesa, sostiene l'accusa, nessuno risulta determinante per la sentenza che ha condannato in via definitiva Stasi; dunque nessuna violazione c’è stata nei suoi confronti.

LEGALE POGGI. "Il rigetto di quest'ulteriore ricorso conferma come la sentenza di condanna sia stata emessa all'esito di un giusto processo, grazie alla prove schiaccianti faticosamente acquisite dalla Corte di Assise di Appello di Milano. Anche nei momenti più difficili la famiglia Poggi ha sempre creduto nella giustizia, senza mai cercare giudizi sommari". Gian Luigi Tizzoni e Francesco Compagna, legali della famiglia Poggi, commentano così la decisione della Corte di Cassazione.

Un ricorso "inammissibile", già sotto il profilo formale, "perché depositato in cancelleria da una persona priva della procura speciale", ma soprattutto sostanziale. "La Corte di Cassazione - spiegano gli avvocati - era perfettamente consapevole dell'effettivo sviluppo del procedimento e della fase processuale nella quale sono stati assunti i numerosi dati probatori".

Per Tizzoni e Compagna "è sufficiente una fugace lettura delle prime pagine della sentenza per capire che lo sviluppo della complessa vicenda processuale era perfettamente nota al collegio giudicante" e che la condanna definitiva "è pacificamente fondata sui nuovi dati probatori acquisiti nel relativo giudizio, attraverso i quali i numerosi indizi già esistenti hanno finito per integrarsi come le tessere di un mosaico, senza alcuna rivalutazione dell'attendibilità delle testimonianze già acquisite in fase di indagine o in primo grado".

In altri termini dei 19 testimoni chiesti dalla difesa nessuno risulta determinante per la sentenza che ha condannato in via definitiva Stasi. "Non è un caso - evidenziano i legali - che nel ricorso non c'è nessun passaggio delle deposizioni rese da quei testi in quanto non esiste alcuna dichiarazione 'decisiva' resa nel corso delle indagini o in primo grado che sia stata rivalutata in senso opposto in appello" e da qui deriva "la radicale infondatezza della tesi impropriamente avanzata da Stasi e dal suo avvocato".

La decisione della Cassazione chiude un lungo processo che ha visto più colpi di scena: dopo una doppia assoluzione è stata proprio la Suprema Corte, nell'aprile 2013, a rimandare gli atti ai giudici milanesi chiedendo una rilettura "complessiva e unitaria degli elementi acquisiti". Le nuove prove raccolte nel processo d'appello bis determinano la condanna a 16 anni per Alberto Stasi, pena confermata in via definitiva il 12 dicembre 2015 e che lo portano dietro le sbarre del carcere milanese di Bollate.

Inutile il recente tentativo della difesa di Stasi di 'riaprire' il processo puntando il dito contro un nuovo sospettato: gli elementi raccolti contro Andrea Sempio si dimostrano inconsistenti e la posizione del giovane di Garlasco viene archiviata. Dopo la 'bocciatura' di oggi da parte della Cassazione, Stasi resta in carcere.

Da Hoppy Ending la nuova IPA napoletana "Zoccolà"

La storica birroteca napoletana Hoppy Ending, in via Santa Maria della Libera, un punto di riferimento per tutti i cultori della birra artigianale, farà da “maitresse” alla neonata Zoccolà, un’American IPA del birrificio partenopeo I Birrai del Conte.  In molti campi del sapere (e spesso dell’essere) vi è come una sorta di truismo dettato dalla “certezza” figlia di un’ortodossa ignoranza. Tale atteggiamento, soventemente, lo riscontro anche nell’approccio dei più alla birra, riassumibile in due specifiche affermazioni: “preferisco il vino” e (all’assaggio di una birra che non sia di produzione industriale) “ma questa non è birra”. Ora, superando la partigianeria, nel rispetto dei gusti personali e senza voler contraddire il relativismo di Protagora (mi viene in mente lo splendido passaggio sulla pop-art e su Tom Wasselmann nel “Il Mistero di Bellavista”), simili affermazioni hanno ragione di esistere solo nel momento in cui vengono esternate da chi ha coscienza e “scienza” nel “campo” di riferimento: nel nostro caso in quello brassicolo. Ma purtroppo non è così. La birra, infatti, ha una tradizione millenaria, che è storia con la storia dell’uomo, sin dai tempi dei Sumeri. In circa seimila anni di vita, tale bevanda si è evoluta si è “esportata” e come una brava “venditrice di se stessa” si è fatta “donna” presso i popoli di tutto il mondo che l’hanno accolta e poi vestita secondo il proprio (buon)costume. Ogni paese, che ha reso la birra la propria “bevanda” tradizionale, ha più modi di intendere la stessa, codificandone tipologie che sono ben lontane dal mercato dei grandi numeri per quei paesi, come l’Italia, che diversamente non hanno nella propria tradizione gastronomica tale prodotto. E da qui nasce l’inesatto giudizio (di cui sopra), che spesso in Italia si dà alla birra. Così tra i paesi d’oltre oceano, anche gli States hanno fatto del malto, del luppolo e del lievito, una propria bandiera, ed è proprio alle American Indian Pale Ale che si è ispirato il nuovo birrificio artigianale partenopeo, I Birrai del Conte, per la produzione della loro prima cotta: la “Zoccolà”. “Per una decade ho prodotto circa 23 litri ogni due settimane per uso personale – commenta ridendo e bevendo il Conte Mariano Pacileo – finché mi sono accorto che i litri erano troppo pochi e quindi ho deciso di aumentare la produzione. Mi hanno, quindi, affiancato i miei tre amici d‘infanzia Andrea Rosato, Enzo Cameli e Vincenzo Chirichella (nella foto con Pacileo), e insieme abbiamo trascorso gli ultimi quattro anni con pentolone e fornelli, anni nei quali ne sono cambiate di cose ma la nostra passione, la nostra amicizia, le  nostre giornate assieme a sperimentare, chiacchierare, discutere, produrre e degustare le nostre creazioni, ci hanno portato avanti a migliorare sempre. Crocicchio è stato l’incontro con Luigi Recchiuti, il mastro birraio del birrificio Opperbacco, al quale abbiamo affidato la nostra ricetta affinché realizzasse la nostra prima cotta: la “Zoccolà”E a questo punto il gioco di parole viene facile e non posso non dire che la “prima cotta” non si scorda mai. La “Zoccolà” è un’American IPA ed è caratterizzata dall’utilizzo, appunto, di luppoli americani quali l’amarillo e il columbus che donano alla birra un gusto amaricante e sentori agrumati di arancia e pompelmo. Per noi la nobiltà ha 4 ingredienti: acqua, malto, luppolo e lievito, ma è solo attraverso la nostra amicizia che siamo riusciti a infondere nella nostra birra una sincera piacevolezza. La decisione di produrre un’American IPA, non solo nasce dall’incontro dei gusti di noi quattro, ma dalla speranza, che in fondo è anche certezza, che la "Zoccolà" incontri il gusto di tutti e non ho remore nel dire che tale speranza non è per fini di lucro ma è perché quando un gioco diventa una passione e una passione un sogno, poterlo realizzare con gli amici/fratelli di sempre è quanto di più bello si possa chiedere alla vita.”

Marco Sica 

 

 

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