Domenica 24 Febbraio 2019 - 3:37

Brexit, Merkel a May: «Aspettiamo proposte»

Non ci saranno pressioni esterne da parte di Bruxelles ma sta a Londra dire come si deve procedere. Angela Merkel esorta il governo britannico a farsi avanti dopo il "no" del parlamento all'accordo con Bruxelles. La cancelliera lamenta l'esito del voto e sottolinea: "Crediamo che ora spetti alla parte britannica ... dirci cosa accadrà". Il capo del governo di Berlino non ha mancato di fare presente come l'obiettivo sia quello di "minimizzare il danno causato dal ritiro britannico dall'Ue". "Pertanto - ha assicurato - cercheremo ancora di trovare una soluzione ordinata, pur essendo pronti a un'uscita disordinata. Abbiamo ancora tempo per negoziare ma ora stiamo aspettando quello che il primo ministro britannico propone". La cancelliera tedesca è stata chiara: non possono esserci nuovi negoziati sull'accordo per la Brexit, riferiscono fonti citate dalla Dpa.

Dal canto suo, Theresa May ha ribadito alla Camera dei Comuni che il suo governo non intende revocare l'Articolo 50. L'affermazione della premier è giunta in risposta alla richiesta del leader laburista Jeremy Corbyn di escludere la possibilità di una 'no deal Brexit', una Brexit senza accordo con la Ue. Per farlo, ha detto la premier, ci sono due modi: "Approvare un accordo o revocare l'Articolo 50, una cosa che il nostro governo non intende fare".

Intanto, mentre ai Comuni è in corso il dibattito sulla mozione di sfiducia presentata ieri sera da Corbyn, dopo la pesante bocciatura dell'accordo per la Brexit, il dibattito sul futuro della Gran Bretagna resta acceso. Due progetti di legge per permettere un secondo referendum sulla Brexit sono stati depositati oggi in parlamento dal deputato conservatore Dominic Grieve, un europeista che ieri ha votato contro l'accordo con Bruxelles. Al momento i due progetti di legge non hanno possibilità di passare senza il sostegno del governo, nota la Bbc. Ma intanto anche 71 deputati laburisti hanno firmato una lettera chiedendo un secondo referendum.

Da Strasburgo, il capo negoziatore dell'Ue per la Brexit Michel Barnier ha sottolineato che una Brexit "ordinata resterà la nostra priorità assoluta", ma "nessuno scenario" può essere escluso. "Siamo appena a dieci settimane da fine marzo, cioè dal momento scelto dal governo britannico per diventare un Paese terzo. E mai il rischio 'no deal' è parso così elevato come oggi".

Oltre alla eventuale richiesta di far slittare l'uscita dall'Ue c'è persino la possibilità che il governo britannico revochi la richiesta di attuare l'Articolo 50 dei Trattati Ue (quello che regola l'uscita dall'Unione) nei giudizi degli analisti. In una nota David Lafferty, analista di Natixis Investment Managers, osserva come infatti "il risultato più probabile è che la May rimandi o revochi l'articolo 50, spingendo con forza sui freni un momento prima che il convoglio finisca fuori dai binari". Il risultato, però, ammette, è che "le imprese e i consumatori britannici dovrebbero aspettarsi di restare per un periodo ancora più lungo in una continua incertezza".

 

Brexit, che succede se non passa l'accordo

Come è chiaro da giorni, a meno che le prossime ore non regalino a Theresa May una clamorosa e inaspettata sorpresa, la premier uscirà sconfitta dal voto di stasera alla Camera dei Comuni. Con la bocciatura dell'accordo faticosamente negoziato con Bruxelles, verranno messi in discussione non solo il futuro politico della leader conservatrice, ma lo stesso percorso della Brexit.

Uno degli scenari possibili, se la sconfitta sarà pesante, potrebbe portare già nelle prossime ore alle dimissioni della premier, come anticipano fonti di governo. Sono circa 112, secondo i calcoli, i deputati conservatori contrari all'accordo, ai quali si aggiungono i 10 deputati nordirlandesi del Democratic Unionist Party (Dup), decisi anche loro a bocciare l'intesa con Bruxelles.

Anche Theresa May, come il suo predecessore David Cameron, cadrebbe quindi di fronte all'impossibilità di conciliare le due anime dei Tories, quella dei Brexiteer e quella più europeista. In questo caso, si attiverebbe il processo di selezione del nuovo leader conservatore e del nuovo premier, mentre l'orologio di una Brexit senza accordo continuerebbe inesorabilmente a segnare il tempo, verso la fatidica data del 29 marzo.

Se invece, pur di fronte a una pesante sconfitta la premier decidesse di rimanere al suo posto, un'altra opzione plausibile potrebbe essere quella di un nuovo tentativo con la Ue per ottenere significativi cambiamenti al testo già concordato. In base alle regole vigenti, di fronte a una bocciatura il governo deve tornare ai Comuni entro tre giorni, per informare il Parlamento su come intende procedere.

In questo caso, è probabile che la premier, accettando la volontà del Paramento, torni a Bruxelles per ottenere ulteriori concessioni sulla questione del 'backstop', la clausola di salvaguardia che dovrebbe entrare in vigore per mantenere aperto il confine tra le due Irlande, duramente contestata dai ribelli Tories e dal Dup. Difficile prevedere che, al di là della lettera di chiarimenti che è stata inviata lunedì da Donald Tusk e Jean -Claude Juncker, la May possa strappare alla Ue qualcosa di più.

E tuttavia, non è escluso che già nel prossimo fine settimana possa essere convocato un vertice Ue di emergenza per tentare di uscire dallo stallo. Questo scenario potrebbe anche consentire alla May di guadagnare tempo per recuperare dalla sua parte alcuni dei contestatori all'interno della maggioranza e assicurarsi l'appoggio di quei deputati laburisti che preferirebbero una Brexit risolta col paracadute dell'accordo con Bruxelles, a una 'no deal Brexit'.

Altro scenario possibile, di fronte alla bocciatura della premier, è quello di un voto di sfiducia chiesto dal Partito laburista. Il leader Jeremy Corbyn sta da tempo accarezzando l'idea di forzare la strada verso elezioni anticipate, mentre si è più volte detto contrario all'idea di un secondo referendum per la Brexit. L'esito di questa mossa non è però scontato. Pur contrari all'accordo con Bruxelles, i ribelli conservatori e il Dup hanno già annunciato che non appoggeranno una mozione di sfiducia nei confronti della premier.

Un nuovo, inedito scenario si sta materializzando in queste ore. Un gruppo bipartisan di deputati ha annunciato lunedì un piano per fermare la Brexit senza accordo, costringendo la May ad estendere o revocare l'Articolo 50, nel caso il Parlamento non trovi un accordo sulle modalità di uscita dall'Unione europea. Lo strumento sarà un emendamento all'accordo con Bruxelles che, se approvato, fermerà l'uscita automatica del Regno Unito dalla Ue, fissata per il 29 marzo.

L'emendamento obbligherebbe la premier a chiedere a Bruxelles una proroga dell'Articolo 50. In caso di rifiuto da parte della Ue, la premier avrebbe l'obbligo di legge di ritirare unilateralmente la procedura dell'Articolo 50. Un diritto sancito recentemente anche dalla Corte europea di giustizia. Inoltre, l'emendamento assegnerebbe al Parlamento il potere di individuare un nuovo piano per la Brexit, con l'obbligo per il governo di adottarlo. I costituzionalisti sottolineano le profonde implicazioni di una simile mossa, che finirebbe per modificare il rapporto tra Parlamento e governo. Secondo una consuetudine ultra centenaria, i deputati possono solamente respingere o approvare le leggi proposte dall'esecutivo, che ha l'esclusiva dell'iniziativa legislativa.

Un'altra possibilità che potrebbe scaturire dalla bocciatura dell'accordo è che la stessa May chieda elezioni anticipate. Pur essendo poco probabile, non è escluso che la premier reagisca alla sconfitta parlamentare convocando un voto anticipato, per chiedere agli elettori un chiaro mandato per implementare l'accordo da lei negoziato con Bruxelles. E' uno scenario che comporterebbe una definitiva frattura all'interno dei Conservatori e che non riserverebbe alla premier molte chance di successo, poiché, stando ai sondaggi, l'accordo non gode di grande popolarità tra gli elettori.

Un ultimo scenario mette il destino della Brexit nelle mani del Labour. Se il leader Jeremy Corbyn cambiasse strategia e abbracciasse l'idea di un secondo referendum, potrebbe trovare nella Camera dei Comuni la maggioranza necessaria per scavalcare il governo e indire una nuova consultazione popolare.

Tuttavia, alcuni deputati laburisti eletti in collegi nei quali nel referendum del 2016 prevalse il voto per la Brexit, potrebbero opporsi al piano di Corbyn. In questo caso, sarebbero determinanti i voti dei deputati conservatori pro Ue.

 

Assalto in hotel a Nairobi: 3 morti e diversi ostaggi

Attacco a colpi di arma da fuoco attorno all'hotel di lusso Dusit a Nairobi, nel quartiere residenziale di Westland. Nell'attacco tre persone sono morte, mentre all'interno dell'hotel vi sarebbero vari ostaggi. Forze di polizia sono state dispiegate sul posto e testimoni hanno riferito alla Bbc di un commando armato di quattro persone arrivato in auto all'hotel. L'attacco è stato rivendicato dai jihadisti somali. In una telefonata alla Bbc, un portavoce degli al Shabaab somali ha rivendicato la responsabilità "dell'operazione in corso a Nairobi", a nome del gruppo terrorista islamico.

"Siamo stati informati di una sparatoria attorno al Dusit Hotel. Abbiamo inviato sul posto l'Unità antiterrorismo", ha detto il portavoce della polizia nazionale, Charles Owino, citato dal quotidiano keniota Star, che riporta sul sito immagini di tre auto in fiamme e di una alta colonna di fumo nero. Testimoni sul posto riferiscono di uno o due esplosioni, seguite da colpi d'arma da fuoco.

Secondo quanto riportano i media locali, tutti gli edifici attorno al Dusit Hotel di Nairobi sono stati evacuati. L'operazione si è svolta sotto la direzione della polizia e la sorveglianza di un elicottero. "La polizia conferma che c'è stato un attacco al numero 14 di Riverside drive. L'area è stata isolata e gli automobilisti devono usare altre strade", si legge in un tweet della polizia.

 

 

Naufragio nell'Egeo, muore bimba di 4 anni

Naufragio di migranti nel Mar Egeo. Il corpo di una bambina di quattro anni è stato recuperato dalla Guardia Costiera turca intervenuta per soccorrere un gruppo a bordo di un gommone che imbarcava acqua al largo della costa turca. Fonti della sicurezza, citate dall'agenzia di stampa ufficiale turca 'Anadolu', precisano che durante l'operazione la Guardia costiera ha tratto in salvo 46 migranti all'altezza del distretto di Kusadasi, nella provincia sudoccidentale di Aydin.

Non è chiaro quante persone fossero a bordo del gommone e, riferiscono i media turchi, continuano le operazioni della Guardia Costiera. I migranti sarebbero iracheni e tra i superstiti ci sono donne e bambini.

Morto sindaco di Danzica accoltellato

È morto Pawel Adamowicz, il sindaco di Danzica accoltellato ieri sera sul palco di un concerto di beneficenza di fronte a migliaia di persone. Lo rendono noto fonti mediche citate dall'agenzia Pap. Colpito da un fendente vicino al cuore, era stato sottoposto a un intervento chirurgico di cinque ore per quella che veniva descritta come una "grave ferita al cuore". I medici avevano sottolineano la necessità di molte trasfusioni: così a Danzica erano stati organizzati punti per la raccolta di sangue per il sindaco. 
Esponente di punta dell'opposizione al governo della destra populista, guidato dal partito 'Diritto e Giustizia', dal 1998 era alla guida della città che diede i natali a Solidarnosc. Adamowicz, esponente di 'Piattaforma civica (Po)', era molto noto in Polonia e all'estero come un forte sostenitore dei diritti della comunità Lgbt e dei migranti e rifugiati, in controtendenza con il crescere dei sentimenti anti-immigrati nel Paese. "Io sono un europeo e quindi per natura sono aperto", aveva detto in un'intervista al 'Guardian' aggiungendo: "Danzica è un porto e deve sempre essere un rifugio per chi arriva dal mare".

May tenta il tutto per tutto

"Niente accordo o il rischio di non avere affatto una Brexit. Entrambe le alternative rimangono in gioco se l'intesa" con l'Ue "viene bocciata. Le conseguenze sarebbero gravi". La premier britannica Theresa May, nel discorso pronunciato in uno stabilimento industriale di Stoke-on-Trent, si esprime così alla vigilia del voto del Parlamento, chiamato ad esprimersi sull'accordo sulla Brexit raggiunto tra governo e Ue. "Abbiamo il dovere di implementare il risultato del referendum. Dopo aver osservato gli eventi negli ultimi 7 giorni, il risultato più probabile sembra una paralisi in Parlamento, che rischia di produrre l'assenza di Brexit", afferma May. "Nelle ultime settimane, a Westminster alcuni sperano di ritardare o persino fermare le Brexit. Chiedo a loro di considerare le conseguenze delle loro azioni", anche "sulla fiducia del popolo nella nostra democrazia", aggiunge la premier britannica in quello che suona come un ultimo appello.

In una lettera indirizzata a Theresa May alla vigilia del voto parlamentare sull'accordo per la Brexit, i presidenti del Consiglio Europeo Donald Tusk e quello della Commissione Jean-Claude Juncker rassicurano la premier sul backstop, la clausola di salvaguardia che dovrebbe entrare in vigore per mantenere aperto il confine tra le due Irlande. "Lamentiamo ma rispettiamo la decisione del Regno Unito di lasciare l'Unione Europea - scrivono - Consideriamo inoltre la Brexit fonte di incertezza e in questi tempi di sfida condividiamo con Lei la determinazione a creare nella misura del possibile certezza e chiarezza per singoli e società in una situazione in cui uno stato membro lascia l'Ue dopo oltre quattro decenni di intensa cooperazione ed integrazione economica". Nella missiva i due presidenti rassicurano May, ricordando le misure addizionali decise il 13 dicembre dal Consiglio Europeo, in particolare relative all'impegno a lavorare ad un accordo ulteriore che configuri intese alternative per il 31 dicembre 2020, in modo da evitare il ricorso al backstop. E ricordano che il Consiglio Europeo ha sottolineato come - nel caso vi si dovesse fare ricorso - il backstop rimarrebbe in vigore solo temporaneamente.

"Il backstop non è una minaccia o una trappola - dice May nel discorso pronunciato nello stabilimento di Stoke-on-Trent - Non è stato possibile ottenere un limite temporale per il backstop ma abbiamo ottenuto nuovi chiarimenti e rassicurazioni. Ora abbiamo un impegno per costruire il più presto possibile un nuovo rapporto" tra Londra e Bruxelles che "non avrà bisogno di replicare il backstop".

 

 

 

«Governo “codardo"», Bolivia si spacca su Battisti

"Un atto ingiusto, codardo, reazionario". La Bolivia si spacca dopo l'arresto di Cesare Battisti a Santa Cruz de la Sierra e la consegna dell'ex terrorista all'Italia. Il governo di La Paz, sostengono politici, giornalisti e intellettuali, avrebbe dovuto agire in maniera diversa. "Oggi, per la prima volta, questo processo di cambiamento si sviluppa in maniera controrivoluzionaria, gli interessi dello stato hanno sovrastato la morale rivoluzionaria", ha scritto Raul Garcia Linera, fratello del vicepresidente boliviano Alvaro Garcia Linera, su Facebook. "Per la prima volta mi vergogno e sono deluso dall'azione del governo, contraria alla morale rivoluzionaria. E con tutta la mia anima grido che questa azione è ingiusta, codarda e reazionaria", ha aggiunto.

Hugo Moldiz, avvocato ed ex sottosegretario alla presidenza, ha puntato il dito contro la Commissione nazionale dei rifugiati (Conare), colpevole di non aver fornito una risposta ufficiale alla richiesta d'asilo presentata da Battisti. "La Conare viola i diritti di Cesare Battisti consegnandolo al Brasile o all'Italia, il costo politico per il governo boliviano sarà alto", ha twittato.

"Il presidente Evo Morales ha discusso il tema Battisti nel suo viaggio per l'insediamento del 'fratello' Bolsonaro? La consegna in 24 ore sembra un metodo usato nell'Operazione Condor, non la decisione di un governo del popolo. Ancor di più se è vero che" Battisti "aveva chiesto asilo", ha scritto il giornalista Pablo Stefanoni soffermandosi sui rapporti tra il presidente Morales e l'omologo brasiliano Jair Bolsonaro. "La rete dell'estrema destra mondiale oggi riceve un regalo", ha sentenziato Susana Bejarano, politologa e volto noto della tv: "Dov'è finita la nostra sovranità? E la solidarietà? E l'ideologia?''.

«Angela non sarebbe in pericolo di vita»

"Da quello che abbiamo appreso fino a questo momento, Angela viene sottoposta a un intervento chirurgico ma non dovrebbe versare in pericolo di vita". E' quanto hanno riferito i familiari della giovane trapanese rimasta ferita nell'esplosione di Parigi, ad amici e parenti che hanno chiesto notizie della ragazza. La famiglia è già in viaggio per Parigi dove arriveranno nella notte. Con il padre, come si apprende, c'è anche il fratello, don Giuseppe Grignano, parroco a Trapani. È di 3 morti il bilancio della forte esplosione avvenuta questa mattina in una panetteria a Parigi, nei pressi dell'Opera. I feriti sono 47, 10 in gravi condizioni. Le vittime sono due vigili del fuoco e una cittadina spagnola, secondo quanto riporta il sito di El Pais citando fonti della prefettura della polizia e del ministero degli Esteri spagnolo. Le stesse fonti informano che tra i 37 feriti vi è un altro cittadino spagnolo le cui condizioni non risultano essere gravi. Tra i feriti ci sono tre italiani. Oltre ad Angela Grignano, receptionist all'Hotel Mercure, sono rimasti feriti Valerio Orsolini, videomaker di "Cartabianca", Matteo Barzini, inviato di Agorà: entrambi si trovavano nella capitale francese per seguire la manifestazione dei gilet gialli. L'ipotesi della fuga di gas è al momento la più accreditata per l'esplosione che si è verificata poco prima delle 9 in rue de Trévise, nel IX arrondissement.

Esplosione a Parigi: 3 morti, grave un'italiana

È salito a 3 morti il bilancio della forte esplosione avvenuta questa mattina in una panetteria a Parigi, nei pressi dell'Opera. I feriti sono 47, 10 in gravi condizioni. Le vittime sono due vigili del fuoco e una cittadina spagnola, secondo quanto riporta il sito di El Pais citando fonti della prefettura della polizia e del ministero degli Esteri spagnolo. Le stesse fonti informano che tra i 37 feriti vi è un altro cittadino spagnolo le cui condizioni non risultano essere gravi.

Tra i feriti ci sono anche tre italiani, tra cui, secondo quanto apprende l'Adnkronos, una giovane donna in gravi condizioni, dipendente di un hotel delle vicinanze. Angela Grignano, cameriera all'Hotel Ibis, è di Trapani: si trovava proprio accanto al luogo dell'esplosione, quando è stata colpita. Gli altri due connazionali feriti, in modo lieve, sono un videomaker della trasmissione 'Cartabianca' e un inviato di Agorà, che si trovavano nella capitale francese per seguire la manifestazione dei gilet gialli.

L'ipotesi della fuga di gas è al momento la più accreditata per l'esplosione che si è verificata poco prima delle 9 in rue de Trévise, nel IX arrondissement.

"Il bilancio delle vittime è pesante", ha detto ai media francesi il ministro dell'Interno, Christophe Castaner, che si è recato sul luogo dell'esplosione, aggiungendo che "la situazione adesso è sotto controllo". L'esplosione ha interessato l'intero edificio. Sono rimasti danneggiati anche gli edifici vicini. Circa 200 pompieri sono intervenuti per domare le fiamme e si sono mobilitati anche un centinaio di poliziotti. Sul luogo dell'incidente è accorsa anche il sindaco di Parigi, Anne Hidalgo.

Le autorità hanno rassicurato i residenti della parigina rue de Trévise che la forte esplosione non è stata causata da un attentato., ha riferito a Le Parisien Paula Nagui, la receptionist dell'hotel Diva Opera, che si trova a una decina di metri dalla panetteria. C'è stata "un'enorme esplosione", ha detto la donna, e tutte le finestre e le vetrine circostanti sono andate in frantumi. I clienti dell'albergo sono stati "rassicurati", dopo avere pensato in un primo momento ad un attacco terroristico. 

ITALIANI FERITI - Gli italiani feriti nell'esplosione, oltre alla donna che lavora in un hotel nelle vicinanze, le cui condizioni sarebbero gravi, sono il videomaker di 'Cartabianca' Valerio Orsolini e l'inviato di Agorà Matteo Barzini. Orsolini "si trovava a Parigi per seguire la manifestazione di oggi dei gilet gialli - spiega la conduttrice di Cartabianca Bianca Berlinguer all'Adnkronos - al momento dell'esplosione era nella sua stanza d'albergo di fronte alla panetteria", investita dalla deflagrazione. "Valerio ha avuto un sangue freddo eccezionale - dice ancora l'ex direttrice del Tg3 - perché ha filmato tutto ". Il videomaker è rimasto ferito in modo lieve "sopra a un occhio, è stato medicato prima in albergo, perché non permettevano a nessuno di uscire - racconta infine Berlinguer - ora però è al Pronto soccorso". L'esplosione, ha raccontato ancora, "è avvenuta mentre Valerio si stava preparando per andare a girare". A Parigi c'era anche l'inviato Claudio Pappaianni, che è rimasto illeso.

Anche l'altro italiano ferito nell'esplosione, Barzini, inviato e filmaker di Agorà, era nella capitale francese per seguire la manifestazione dei gilet gialli. "Matteo si trovava nell'hotel Mercure, vicino alla panetteria, quando si è verificata l'esplosione - racconta all'Adnkronos Serena Bortone, conduttrice della trasmissione su Rai3 - E' stato investito da alcune schegge, fortunatamente nulla di grave, adesso è in ospedale, dove devono mettergli deipunti alla gamba e fare gli accertamenti necessari". "Da giornalista di razza qual è, Matteo ha ripreso tutto", conclude la Bortone.

 

 

Perché l'America è in shutdown

Parchi e musei chiusi, centinaia di migliaia di dipendenti pubblici costretti a lavorare senza stipendio o a restare a casa. Paralizzata dallo shutdown più lungo della storia, l'America è ormai in stallo da 22 giorni. A farlo scattare lo stallo al Senato sulla legge di bilancio dovuto alla richiesta di 5,7 miliardi di dollari da parte del presidente Donald Trump per finanziare la costruzione del muro al confine con il Messico. I democratici sono categorici e si rifiutano di fare approvare dal Congresso il finanziamento chiesto da Trump, determinato a costruire il muro a ogni costo: "Riguarda la sicurezza per il nostro Paese. Non abbiamo scelta" ha ribadito il presidente statunitense.

Ma senza negoziati all'orizzonte, si fa sempre più concreta l'ipotesi che Trump dichiari lo stato di emergenza nazionale: un modo per bypassare l'opposizione dei democratici al Congresso. La mossa, comunque destinata a provocare un'alzata di scudi da parte dei democratici al Congresso e ricorsi legali (i democratici sostengono che l'attuale situazione al confine tra Usa e Messico non costituisce un'emergenza nazionale) potrebbe in realtà mettere fine alle tre settimane di shutdown delle attività del governo.

COS'È LO SHUTDOWN E COSA COMPORTA - La legge federale prevede, in caso di mancata approvazione della legge di spesa, il cosiddetto shutdown ovvero la serrata forzata delle attività governative con la paralisi di moltissimi servizi federali. Lo stop parziale che sta interessando l'America comporta la chiusura di nove dipartimenti a livello di governo e di decine di agenzie, tra cui quelle che gestiscono la sicurezza interna, le forze dell'ordine, la raccolta delle tasse, i trasporti e i parchi nazionali. Inoltre circa 800mila dipendenti pubblici saranno messi a riposo forzato e non saranno pagati.

I PRECEDENTI - Da quando è stato varato il nuovo sistema di approvazione delle legge finanziaria al Congresso, nel 1976, gli Stati Uniti hanno avuto diversi 'shutdown'. In particolare vanno ricordati gli "abortion shutdown" che sono stati 3, tra il settembre e il dicembre del 1977, quando, sotto la presidenza di Jimmy Carter, il Congresso, che era controllato dai democratici, non voleva abolire il divieto di usare i soldi del Medicaid, l'assistenza sanitaria per i ceti più poveri, per pagare gli aborti a meno che la vita della madre fosse a rischio.

Se Carter ha dovuto fronteggiare altri due shutdown, anche Ronald Reagan ha avuto diversi braccio di ferro con il Congresso per l'approvazione della legge finanziaria durante i suoi due mandati, che hanno portato a dei giorni di stop dell'attività del governo. La più curiosa risale al dicembre del 1987, quando si arrivò ad uno shutdown di un giorno per il mancato accordo sui fondi destinati ai "Contras" in Nicaragua e perché i democratici volevano reintrodurre la "Fairness Doctrine", vale a dire una sorta di par condicio che vigeva nei talk show politici Usa.

Negli anni di George Bush sr vi è stato un solo shutdown, e nessuno nei due mandati poi del figlio, ma i veri shutdown passati alla storia, il primo con 5 giorni di serrata nel novembre 1995 e il secondo con ben 22 a dicembre dello stesso anno, sono quelli della presidenza di Bill Clinton che si trovava a fare i conti con il Congresso controllato dai repubblicani.

Anche Barack Obama ha dovuto affrontare nell'ottobre del 2013 uno shutdown che ha semiparalizzato l'America senza però riuscire a bloccare l'entrata in vigore dell'Obamacare, vero obiettivo dell'offensiva repubblicana. In era Trump quello di oggi non è il primo stop. Lo scorso gennaio il braccio di ferro tra repubblicani e democratici sul destino dei 'dreamers' aveva infatti portato a uno shutdown delle attività del governo durato tre giorni.

 

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