Martedì 28 Marzo 2017 - 0:27

L’Isis fa strage di civili a Mosul

Di fronte all'avanzata delle forze della coalizione verso Mosul, lo Stato Islamico ha ucciso, in una esecuzione di massa, 284 uomini e ragazzi. Lo riporta la Cnn che cita una fonte dell'intelligence irachena che spiega che le vittime erano state catturate in rastrellamenti per essere usati come scudi umani contro gli attacchi che stanno costringendo le forze dell'Is a lasciare le zone meridionali di Mosul.

Le esecuzioni di massa sono avvenute ieri e giovedì all'interno del compound che ospitava la Facoltà di Agraria della città, e i militanti dell'Is hanno usato un bulldozer per seppellire i corpi in una fossa comune. Tra le persone uccise vi sarebbero anche dei bambini.

La denuncia arriva dopo che le Nazioni Unite hanno espresso "profonda preoccupazione" per il fatto che l'Is abbia preso in ostaggio 550 famiglie nella zona di Mosul per usarle come scudi umani. Duecento famiglie sono state sequestrate nel villaggio di Samalia e 350 in quello di Najafia in un'operazione che appare essere tesa "ad impedire che i civili possano fuggire", ha detto Ravina Shamdasani, vice portavoce dell'Ufficio Onu per i Diritti Umani.

Iraq, raffica di attacchi Isis a Kirkuk

MOSUL. Kirkuk nel mirino dell'Isis. Almeno 16 impiegati sono morti nell'attacco contro un impianto per la produzione di energia elettrica a Dubiz, a nord della città. Lo ha riferito Abdullah Nour Eddin, capo della polizia locale, in un comunicato. "Tre attentatori suicidi - si legge nella nota - hanno colpito l'impianto e hanno ucciso 12 ingegneri e tecnici iracheni e quattro iraniani. Le forze di sicurezza sono intervenute, uccidendo uno degli attentatori, mentre gli altri due si sono fatti saltare in aria".

L'Isis ha anche rivendicato, tramite l'account della loro agenzia Amaq sui social media, l'assalto con fucili e bombe contro un compound della polizia. Le esplosioni hanno colpito anche altre luoghi della città, come edifici governativi, mentre scontri a fuoco sarebbero tuttora in corso, secondo testimoni citati dai media locali. La tv curda Rudaw ha mostrato immagini di colonne di fumo nero sulla città, mentre si sentono in lontananza rumori di spari.

L'attacco a Kirkuk arriva mentre le truppe irachene e quelle della regione del Kurdistan avanzano verso la città di Mosul, roccaforte irachena dell'Is. Sembra quindi trattarsi di un tentativo di distogliere i militari da quell'operazione, aprendo un nuovo fronte di battaglia.

Le forze di sicurezza irachene avrebbero ucciso "tutti i militanti dell'Is" che all'alba hanno attaccato alcuni edifici governativi e militari a Kirkuk, nel nord dell'Iraq, riporta la tv curda Rudaw. Il primo edificio a essere attaccato è stata l'ex sede centrale della polizia. I jihadisti, che hanno fatto ricorso anche a kamikaze, sono riusciti a occupare l'edificio per alcune ore, prima di essere respinti dalle forze speciali anti-terrorismo. Almeno tre autobomba sono state fatte esplodere nell'attacco, che ha preso di mira anche l'impianto per la fornitura di corrente elettrica della zona di Dubiz. L'attacco all'impianto si è concluso con l'uccisione di quattro jihadisti, come ha confermato il governatore di Kirkuk, Najmaldin Karim. "Ci aspettavamo - ha detto Karim alla tv Rudaw - che cellule dormienti dell'Is attaccassero prima o poi Kirkuk, ora che l'offensiva di Mosul è cominciata. (I jihadisti, ndr) vogliono sollevare così il loro morale". Il governatore ha aggiunto che nelle aree in cui si temeva che la situazione degenerasse "le forze di sicurezza sono invece riuscite a riportare tutto sotto il loro controllo. I militanti non sono riusciti a prendere il controllo di alcun edificio".

L'Associazione sunnita per i beni religiosi di Kirkuk ha disposto la chiusura delle moschee della città e l'annullamento della preghiera del venerdì, per il rischio che i fedeli vengano presi di mira dai jihadisti dell'Is con nuovi attacchi, come quelli iniziati all'alba nel centro della città e nei suoi dintorni. Lo riporta la tv curda Rudaw, la quale aggiunge che la situazione a Kirkuk resta tesa e che foto inviate dai residenti mostrano militanti dell'Is che si aggirano in alcune strade e in alcuni quartieri residenziali della città.

Obama: non possiamo affidare i codici nucleari a Trump

Barack Obama contro il senatore della Florida Marco Rubio: intervenendo a Miami, il presidente americano ha ricordato come l'ex avversario del tycoon alle primarie - tuttora suo sostenitore - dicesse che non è possibile affidare i codici nucleari ad un individuo stravagante come Trump. "Io concordo con il senatore americano, un Repubblicano, che un po' di tempo fa ha detto che non possiamo permetterci di affidare i codici nucleari degli Stati Uniti ad un individuo stravagante", ha affermato, nel corso di un comizio a sostegno di Hillary Clinton, tenuto alla Florida Memorial University. "A proposito, sapete chi lo ha detto? Marco Rubio".

Rubio, ha poi ricordato Obama, definì Trump un pericoloso artista della truffa che aveva impiegato la sua carriera a prendersela con i lavoratori. "Come può definirlo un artista della truffa e pericoloso e obiettare a tutte le cose controverse che ha detto, e poi dire: "Comunque voterò per lui"?", si è chiesto Obama. "Questo è l'indizio di una persona che dirà qualunque cosa, farà qualunque cosa, sosterrà di essere qualunque cosa pur di essere eletto. Se sei disposto a essere chiunque pur di essere qualcuno, allora non eserciti la leadership di cui la Florida ha bisogno nel Senato americano".

L'attacco a Rubio - commenta il New York Times - dimostra come Obama voglia estendere l'atto di accusa contro Trump al Partito Repubblicano, una parte del quale continua a sostenere il candidato, anche dopo le ultime polemiche che lo hanno coinvolto. Rivolto alla folla di circa 2.800 persone che lo ascoltava, Obama si è chiesto come i Rapubblicani possano sostenere un candidato che chiama le donne maiali, minaccia di ridurre al silenzio la stampa, vuole far incarcerare i suoi oppositori, espellere i musulmani dal paese e si arruffiana il leader russo. "Se avete dedicato la vostra carriera a idolatrare Ronald Reagan, dove eravate quando il vostro candidato alla presidenza si ingraziava Vladimir Putin, l'ex ufficiale dek KGB?".

"La retorica elettorale di Donald Trump è pericolosa" - ha poi concluso Obama, secondo il quale il tycoon sta seminando il seme del dubbio nella mente delle persone circa la legittimità delle elezioni, minando la democrazia americana e fornendo una spinta ai nemici del paese. "Sta facendo il lavoro dei nostri avversari - ha detto il presidente degli Stati Uniti - perché la nostra democrazia dipende dalle persone che sano che il loro voto conta".

Clinton-Trump, ultimo faccia a faccia tra accuse reciproche

"Considererò la cosa al momento, manterrò la suspense". Così Donald Trump si è rifiutato di dire se accetterà il risultato delle elezioni, che continua a definire 'truccate', durante il terzo e ultimo dibattito presidenziale che è stato ancora una volta caratterizzato dai colpi bassi e dai toni durissimi e scorretti.

Il candidato repubblicano ha definito gli immigrati 'hombres', termine suonato offensivo verso gli ispanici, e Hillary Clinton una 'nasty woman', una donna cattiva. La candidata democratica, da parte sua, ha chiamato Trump "burattino di Putin" in un nuovo scontro tra i due sulla questione dei rapporti con la Russia.

Ma lo stile aggressivo e la velata minaccia di non riconoscere il principio chiave del processo democratico americano, la correttezza del processo elettorale, da parte di Trump, sembra non aver pagato: secondo il poll realizzato dalla Cnn, subito dopo la conclusione del dibattito all'università di Las Vegas, il 52% dei telespettatori ha dato la vittoria a Clinton e solo il 39% al repubblicano.

Le parole di Trump sulla possibilità di non riconoscere il risultato delle elezioni in caso di sconfitta sono state definite "terrificanti" da Clinton, ricordando come il miliardario ogni volta che perde lancia accuse di sistema truccato, "anche quando non ha vinto un Emmy" per il suo programma televisivo 'The Apprentice'.

Arrivata al dibattito forte di un vantaggio sempre crescente sul repubblicano, travolto nelle ultime settimane dalle accuse di molestie sessuali, la democratica ha ribadito la sua fiducia nel sistema elettorale. "Funziona da 240 anni - ha detto - abbiamo avuto elezioni libere ed eque e abbiamo accettato i risultati anche quando non li abbiamo graditi. Ed è quello che si aspetta che faccia chiunque partecipi ad un dibattito elettorale".

"Sta denigrando, screditando la nostra democrazia - ha aggiunto riferendosi a Trump - sono sconvolta dal fatto che il candidato di uno dei due partiti principali assuma una posizione del genere".

Il dibattito della notte scorsa in Nevada era iniziato con toni più civili e calmi dei due precedenti dibattiti, con Trump che è apparso, nelle fasi iniziali, più disciplinato, capace di non perdere il controllo e invece di puntare alle debolezze dell'avversaria. Ma è durato poco: nel corso dei 90 minuti del confronto, il miliardario ha cominciato a perdere la pazienza, ad attaccare Clinton e anche il moderatore del dibattito, l'anchorman di 'Fox News', Chris Wallace.

Sicurezza in allerta: si teme ritorno di "foreign fighters" dall'Iraq

ROMA. Il "presumibile ritorno verso i Paesi Ue e quindi anche verso l'Italia" dei foreign fighters in fuga dalle aree di Iraq e Siria liberate dalla presenza dello Stato Islamico tiene in allerta gli apparati di sicurezza del nostro Paese.

Il timore, ma fonti qualificate parlano all'Adnkronos di "ragionevole certezza", è che si assista nelle prossime settimane ad una sorta di 'ondata di ritorno' in direzione delle nazioni di provenienza, causata dagli sviluppi dell'offensiva della coalizione internazionale su Mosul e dalla situazione sul terreno in Siria.

I dispositivi di vigilanza e il monitoraggio della possibile minaccia, quindi, saranno ulteriormente affinati. E non è escluso che il tema sia tra gli argomenti principali in una delle prossime riunioni del Casa, Comitato di Analisi Strategica Antiterrorismo.

Per quanto riguarda l'Italia, i numeri non sarebbero rilevanti come in altri Paesi. I foreign fighters 'italiani', vale a dire i combattenti di nascita italiana o i jihadisti stranieri che per un certo periodo hanno soggiornato nel nostro Paese, sarebbero un centinaio in tutto, ma non si esclude che la cifra possa essere più alta.

Numeri in ogni caso molto inferiori al fenomeno registrato in Belgio, Francia, Germania e Gran Bretagna, da dove in questi anni sono partiti per le zone del fronte almeno 3.000 combattenti, quasi i due terzi dei 4.300 jihadisti che in questi anni hanno lasciato l'Europa per unirsi al Califfato.

Gli apparati di sicurezza, scandagliando il web, stanno registrando da tempo segnali di progettualità bellicosa, soprattutto nei post sui social in cui si invita chi vive in Paesi non musulmani ad emigrare "presto" per l'arrivo di una guerra "che porta sangue". In particolare, la propaganda si indirizza in questa fase verso la Spagna, con l'esortazione ai militanti a riconquistare al-Andalus, il nome che i musulmani diedero alla parte di Penisola iberica sotto il loro controllo tra l'ottavo e il quindicesimo secolo.

"In questa fase - rileva all'Adnkronos Andrea Margelletti, presidente del Cesi, Centro Studi Internazionali- l'apparato di propaganda del Califfato ha una duplice necessità: dimostrare di essere sempre in vita nonostante i passi indietro registrati sul terreno e dare un messaggio ben preciso: il movimento è comunque impermeabile alle contingenze".

"In questo senso -osserva- il possibile ritorno dall'Iraq e dalla Siria potrebbe avere una valenza specifica, quella di affermare che si tratta di un'organizzazione presente non solo nelle zone di guerra ma anche a Parigi, Madrid, Bruxelles, Berlino, Roma, Milano. Gli slogan sottintesi sono: 'voi potete avere la terra ma non potete avere noi: per quanto potrete controllare il territorio? Quanto reggerà un'alleanza innaturale tra russi, curdi, turchi, americani? Sono più forti le nostre convinzioni o le vostre fragilità?'".

"Il jihadista che torna 'a casa' in Europa -ragiona Margelletti- è adesso ancor più pericoloso perché in questi mesi si è caricato di odio ideologico, alimentato anche dalla rabbia di non aver potuto contribuire a realizzare lo Stato Islamico che voleva costruire. Ecco perché c'è il rischio che qualcuno voglia mettere in pratica il progetto di trasferire nelle nostre città ciò che si vive oggi ad Aleppo, con autobombe ed attentati che puntino a riprodurre nei Paesi occidentali la situazione esistente in Siria o in Iraq".

Ha subito il trapianto del pene, ora sta per diventare papà

A soli 3 mesi dall'intervento di trapianto di pene ha potuto recuperare una piena funzionalità urologica e sessuale, e ora sta per diventare padre. E' il caso di un giovane 21enne al quale era stato amputato il pene 3 anni fa per complicazioni dopo una circoncisione. E' stato il primo trapianto di pene nella storia, eseguito in Sudafrica nel dicembre 2015 dall'urologo André Van Der Merwe che lo definì "un miracolo". A 10 mesi di distanza, l'autore dell'impresa è stato ospite dell'89esimo Congresso nazionale della Società italiana di urologia (Siu), in corso a Venezia, per discutere gli ottimi risultati di quel primo tentativo.

Da allora il trapianto è stato affrontato altre 3 volte nel mondo, su altri pazienti giovani che stanno rispondendo molto bene - spiegano i medici - a un'operazione che rappresenta una speranza per tutte le vittime di traumi genitali dovuti a circoncisioni mal condotte e ferite di varia natura, e per chi soffre di patologie gravi, dal tumore del pene ad anomalie genetiche. Al giovane paziente era stato amputato il pene a seguito di un'infezione estesa provocata dall'uso di strumenti rudimentali e non adeguatamente sterilizzati per la circoncisione, e i medici hanno raccontato che erano riusciti a salvare soltanto un centimetro dell'organo. Il pene da trapiantare è stato prelevato da un cadavere e l'intervento microchirurgico è durato 9 ore.

"La chirurgia ricostruttiva ha fatto un vero e proprio miracolo - afferma Vincenzo Mirone, segretario generale Siu - Il tessuto cavernoso umano responsabile dell'erezione è estremamente delicato e complesso. Le tecniche usate da Van Der Merwe e dai suoi colleghi dell'università di Stellenbosch sono molto simili a quelle impiegate per il trapianto di faccia: la vera sfida, infatti, è riuscire a unire tra loro vasi e nervi dal diametro inferiore ai 2 millimetri".

Riguardo al primo trapiantato, prossimo alla paternità, il segretario Siu fa notare che "il giovane non ha ancora recuperato la sensibilità al 100%, proprio perché i nervi sensoriali sono estremamente sottili e si deteriorano molto velocemente, ma è possibile che nell'arco di un paio di anni riesca a tornare ad avere anche una sensibilità normale. Intanto - continua Mirone - in appena 3 mesi ha recuperato una piena funzionalità urologica e sessuale che gli ha consentito di avere erezioni e rapporti sessuali pressoché normali: a dimostrazione della ritrovata qualità di vita e della riuscita dell'intervento, il paziente sta per diventare padre".

"I risultati dipendono molto dalla condizione di partenza - osserva lo specialista - sono ovviamente migliori su persone giovani e sane e soprattutto se il trauma è limitato. Un sessantenne iperteso difficilmente potrebbe ottenere un recupero brillante come quello del primo paziente operato. L'intervento costituisce una svolta importante per gli uomini che per esempio perdono l'organo a seguito di circoncisioni finite male: sono eventi tutt'altro che rari in Paesi dove questo rito è comune e viene eseguito senza particolari precauzioni igieniche. Nel solo Sudafrica si stimano almeno 250 casi ogni anno.

"Altre situazioni che possono portare all'amputazione parziale o completa dei corpi cavernosi - prosegue Mirone - sono per esempio i traumi genitali: si stima che nel 20-25% delle vittime di ferite da arma da fuoco in sparatorie ci sia il coinvolgimento degli organi genitali, perciò i numeri sono certamente consistenti in tutto il mondo. Anche i pazienti con tumori rari del pene o anomalie genetiche sono possibili candidati al trapianto. L'intervento, perciò, rappresenta una speranza per molti uomini che hanno una qualità di vita drammaticamente bassa e come unica alternativa l'uso di una protesi".

Germania, scoppio in impianto chimico: almeno un morto

BERLINO. Almeno uno persona è morta, mentre sei sono rimaste ferite e altrettante risultano disperse in seguito alla violenta esplosione che ha interessato l'azienda chimica Basf, nella zona portuale di Ludwigshafen, nel sudovest della Germania . Lo hanno riferito le autorità locali. La società ha comunicato che si sta indagando per determinare la causa esatta dell'incidente, mentre i servizi di emergenza informano che saranno necessarie diverse ore prima che l'incendio causato dall'esplosione sia sotto controllo.

Misure di sicurezza per la fuoriuscita di sostanze nocive, la cui composizione non è ancora nota, sono state estese anche alla città di Mannheim, che si trova sull'altra sponda del Reno rispetto a quella dell'esplosione.

Non è al momento chiaro quali siano le sostanze sprigionate nell'atmosfera a seguito dell'esplosione nell'impianto. A dirlo è la stessa società, secondo cui di conseguenza non è ancora possibile valutare i rischi per la popolazione.

Secondo quanto ha reso noto un portavoce, l'esplosione è avvenuta durante alcuni lavori alle tubature dell'oleodotto utilizzato per il trasbordo di liquidi infiammabili e gas dalle navi agli stabilimenti di produzione.

Secondo la radio pubblica 'Sudwestrundfunk', l'esplosione sarebbe invece avvenuta su una nave cisterna ancorata al porto. Poco prima, riferiscono i media tedeschi, un altro incidente si sarebbe verificato nell'impianto di additivi per materie plastiche delle stessa società, situato a Lampertheim, a circa 30 Km di distanza. Dietro l'esplosione non vi sarebbero attacchi terroristici. A dirlo è la polizia locale, secondo quanto riportano i media tedeschi.

Elezioni Usa, Obama: «È in gioco la democrazia»

WASHINGTON. Nelle prossime elezioni presidenziali c'è in gioco tutto e con la vittoria di Donald Trump c'è in gioco la democrazia. Lo ha detto Barack Obama agli elettori dell'Ohio, uno degli stati chiave nella corsa alla Casa Bianca, nel corso di un comizio a Cleveland a sostegno di Hillary Clinton.

 

"L'argomento conclusivo di Donald Trump è, cosa avete da perdere? La risposta è, tutto", ha detto Obama in riferimento ad uno degli slogan usati dal candidato repubblicano nella sua campagna. "La democrazia stessa è in gioco in questo momento", ha affermato Obama, sottolineando che Trump, al contrario degli altri candidati repubblicani che lo hanno preceduto, non è adatto a ricoprire la più alta carica della nazione.

 

Separati i gemellini siamesi, divisi dopo intervento di 16 ore

WASHINGTON. I due gemellini siamesi di 13 mesi sono stati divisi. Jadon e Anias McDonald, uniti uno all'altro per la testa, sono stati sottoposti ad un lungo intervento di 16 ore al Children's Hospital del Montefiore Medical Center, nel Bronx. I due bimbi sono stati separati con una procedura seguita da interventi di ricostruzione del cranio. Jadon è stato il primo a lasciare la sala operatoria. "Quando mi hanno detto che stavano per riportare Jadon per primo, ho avuto bisogno di un secondo per realizzare -ha scritto la mamma Nicole McDonald su Facebook-. Ho chiesto perché stessero risistemando la stanza, non mi ero resa conto che ci sarebbero stati due letti. Bentornato, piccolo Jadon: buona rinascita".

 
"Ora -ha aggiunto in un post successivo- è il turno di Anias. E' ancora sotto i ferri, non ho idea quanto ancora ci vorrà. Il mio cuore soffre per lui, tutto solo laggiù senza suo fratello. C'è da aver paura a rimanere soli in un momento come questo", ha scritto.

Come riporta un post pubblicato dalla famiglia sulla piattaforma GoFundMe, alla 17esima settimana di gravidanza i coniugi McDonald hanno saputo che i gemelli erano uniti per la testa. "In diverse occasioni mi è stata prospettata l'opzione di ricorrere all'aborto e, gentilmente, ho declinato. Avevo sentito i loro battiti cardiaci, avevano speso la loro intera vita ascoltando il mio. Era mio dovere di madre dargli la vita e ho deciso che avrei dato tutto per riuscirci". La famiglia si è rivolta all'equipe del dottor James Goodrich che, a New York, in precedenza aveva eseguito 6 interventi di separazione. Con altri 20 collaboratori, Goodrich ha dato inizio all'operazione giovedì e, verso le 3 del mattino di venerdì, ha annunciato ai genitori la notizia tanto attesa.

Siria, ribelli bombardano scuola elementare: morti 5 bambini

DAMASCO. Almeno cinque bambini sono rimasti uccisi in un attacco con razzi sferrato da "terroristi" contro una scuola elementare a Daraa, nel sud della Siria. Lo ha riferito la tv di Stato siriana, precisando che l'attacco è avvenuto nel quartiere di Sahari. I media del regime indicano come "terroristi" tutti i gruppi ribelli che combattono le forze governative.

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