Lunedì 24 Aprile 2017 - 19:18

Clinton o Trump: gli Usa scelgono il loro futuro

L'America decide. Gli elettori chiamati alle urne per il dopo Obama dovranno scegliere tra la candidata democratica Hillary Clinton e il repubblicano Donald Trump. I contendenti hanno chiuso la campagna presidenziale, la più velenosa e divisiva degli ultimi decenni, con due visioni diametralmente opposte del futuro dell'America. "Sarò la presidente di tutti", ha detto la democratica di fronte a 33.000 persone riunite all'Independence mall di Philadelphia. Mentre il repubblicano ha chiesto la fine dell'"establishment corrotto" di Washington e ha promesso che farà dell'America una "priorità".

"Voglio essere la presidente di tutti, non solo di coloro che hanno votato per me. Il compito che ho davanti è quello di riunire il Paese", ha detto la Clinton, accusando il suo rivale di aver "aggravato" le "fratture e le divisioni" tra gli americani. "Mia madre mi ha sempre detto, la rabbia non è un programma", ha affermato la democratica, che ha visto nel suo comizio finale la partecipazione di due stelle della musica come John Bon Jovi e Bruce Springsteen.

Presenti anche il presidente Barack Obama, la moglie Michelle, l'ex presidente Bill Clinton e la figlia Chelsea. "Scommetto su di voi come voi avete scommesso su di me. Scommetto che l'America respingerà la politica del risentimento, e che invece della paura sceglierà la speranza", ha detto Obama introducendo Hillary e denunciando l'incompetenza del suo avversario.

Da parte sua Trump, nel corso di un comizio in Florida, ha assicurato che la sua vittoria "sancirà la fine dell’establishment corrotto di Washington", lo stesso "sistema distorto dal quale è protetta Hillary Clinton". "Il mio contratto con l’elettore americano - ha detto il tycoon newyorkese - comincia con un programma per mettere fine alla corruzione del governo. Ripuliremo il pantano!".

Nel frattempo gli ultimi sondaggi e proiezioni pubblicati negli Stati Uniti danno in leggero vantaggio Hillary Clinton, anche grazie al rimbalzo delle ultime ore dovuto alla decisione dell'Fbi di chiudere definitivamente l'inchiesta sull'emailgate. Secondo la media degli ultimi sondaggi stabilita da RealClearPolitics, a livello nazionale Clinton è in vantaggio di 3,2 punti, al 45,4% contro il 42,2% di Trump.

COME FUNZIONA IL SISTEMA ELETTORALE - Ecco tutti i 'come' e 'se' del sistema elettorale degli Stati Uniti.

- COLLEGIO ELETTORALE: Inserito nella Costituzione americana dai 'Founding fathers' come un elemento teso a tenere lontana dalle elezioni ''le passioni popolari'', il sistema del Collegio elettorale si basa sull'idea che l'elettore esprimendo il proprio voto in realtà non vota il candidato ma una serie di grandi elettori, a lui collegati, che eleggeranno effettivamente il presidente in un secondo momento. L'elezione del presidente degli Stati Uniti è quindi indiretta.

Eletti nei singoli stati in numero proporzionale alla popolazione - che corrisponde alla somma dei deputati e senatori che rappresentano lo stato al Congresso - i grandi elettori sono 538: ad un candidato sono necessari quindi 270 voti per aggiudicarsi la Casa Bianca.

WINNER TAKES ALL: I voti elettorali vengono aggiudicati all'interno di ciascuno stato con un sistema maggioritario secco, che viene definito il 'winner takes all'. Fanno eccezione Nebraska e Maine, gli unici due stati che hanno scelto di assegnare i loro voti elettorali, rispettivamente cinque e quattro, con il sistema proporzionale. In tutti gli altri stati il vincitore prende quindi tutto anche se per uno scarto minimo di voti, come hanno dimostrato sempre le elezioni del 2000, quando George W. Bush si è aggiudicato, con un vantaggio di poche centinaia di voti, tutti i 27 voti elettorali della Florida che gli hanno consegnato la Casa Bianca.

Incidenti di percorso si sono verificati anche nel 1888 ai danni del presidente in carica Grover Cleveland - il quale, comunque, per la cronaca quattro anni dopo fu rieletto, diventando l'unico presidente a tornare alla Casa Bianca dopo una sconfitta - e nel 1876, quando le elezioni furono perse dal democratico Samuel Tilden che aveva vinto il voto popolare.

- ELECTION DAY: Il Congresso ha stabilito nel 1845 che si votasse sempre il primo martedì del mese di novembre quattro anni dopo l'ultima elezione del presidente. Una scelta del mese legata alle radici fortemente agricole del paese - a novembre si era concluso il raccolto e le strade non erano ancora bloccate dalla neve - e una scelta del giorno legata al fatto che, calcolando che la domenica era dedicata alla chiesa, molti degli elettori che vivevano nelle zone più remote non sarebbero riusciti a raggiungere i centri dove si votava in tempo il lunedì'.

Secondo la Costituzione i requisiti per diventare presidente sono tre: un'età superiore ai 35 anni, essere nati negli Stati Uniti e risiedervi da almeno 14 anni.

- COSA SUCCEDE SE NESSUNO OTTIENE MAGGIORANZA VOTI ELETTORALI: In caso di parità tra i due candidati all'interno del Collegio elettorale, la decisione viene demandata alla Camera dei rappresentanti che sceglie il presidente fra i tre candidati che hanno ottenuto il maggior numero di voti elettorali. La delegazione di ciascuno stato alla Camera deve esprimere un solo voto, e se non riesce ad avere una maggioranza al suo interno, il suo voto non verrà conteggiato. Diventa presidente chi ottiene la maggioranza dei voti degli stati, che è 26.

Le elezioni presidenziali sono state decise due volte dalla Camera: nel 1800, quando Thomas Jefferson e Aaron Burr ottennero ciascuno 73 voti del Collegio Elettorale e Jefferson vinse solo al 36esimo ballottaggio. E nel 1824 Andrew Jackson ottenne 99 voti elettorali, John Quincy Admas (che aveva in effetti avuto più voti popolari) 84, William Crawford 41 e Henry Clay 37, dal momento che nessuno aveva raggiunto la maggioranza, decise la Camera e vinse Jackson al primo ballottaggio.

- TRADIMENTI DEI GRANDI ELETTORI. Tra gli scenari più foschi che erano stati prospettati durante il lunghissimo stallo elettorale del 2000 tra Bush e il democratico Al Gore, era spuntato anche quello - che non si è poi verificato - di un possibile tradimento del suo candidato da parte di un grande elettore al momento della riunione del Collegio elettorale, che avviene, secondo la legge, il primo lunedì dopo il secondo mercoledì del mese di dicembre. Nella storia americana, anche più recente, non sono mancati questi ''tradimenti''.

Nel 1988, per esempio, Margaret Leach, elettrice del candidato democratico Michael Dukakis - che fu nettamente sconfitto da Ronald Reagan - votò invece per il candidato alla vice presidenza, il senatore Lloyd Bentsen. Mentre nel 1976 fu un grande elettore repubblicano dello stato di Washington che invece di votare per lo sconfitto Gerald Ford votò, anticipando i tempi, per Reagan. Anche nel 2000 ci fu una sorpresa, ininfluente ai fini dei risultati: in segno di protesta per il modo in cui era stata condotta l'elezione un grande elettore di Al Gore votò scheda bianca.

I GRANDI ELETTORI STATO PER STATO - Presidente e vice presidente degli Stati Uniti vengono scelti dal Collegio elettorale, composto dai grandi elettori. In totale sono 538 e per essere eletti bisogna avere 270 voti elettorali. Il numero degli elettori in ogni Stato è uguale a quello dei membri del Congresso che rappresentano ciascuno Stato.

Ecco il numero dei grandi elettori di tutti e 50 gli Stati più il distretto di Columbia:

- California 55

- Texas 38

- Florida e New York 29

- Illinois e Pennsylvania 20

- Ohio 18

- Georgia e Michigan 16

- North Carolina 15

- New Jersey 14

- Virginia 13

- Washington 12

- Arizona, Indiana, Massachusetts e Tennessee 11

- Maryland, Minnesota, Missouri e Wisconsin 10

- Alabama, Colorado e South Carolina 9

- Kentucky e Louisiana 8

- Connecticut, Oklahoma e Oregon 7

- Arkansas, Iowa, Kansas, Mississippi, Nevada e Utah 6

- Nebraska, New Mexico e West Virginia 5

- Hawaii, Idaho, Maine, New Hampshire e Rhode Island 4

- Alaska, Delaware, District of Columbia, Montana, North Dakota, South Dakota, Vermont e Wyoming 3.

Brexit, Alta Corte: «Governo dovrà avere l'ok del Parlamento»

LONDRA. Il Parlamento dovrà approvare se il Regno Unito può iniziare il processo di uscita dall'Unione europea. È quanto ha stabilito l'Alta Corte britannica con una sentenza che significa che il governo non potrà attivare l'articolo 50 del Trattato di Lisbona, che sancisce l'avvio dei negoziati per l'uscita, senza avere l'ok del Parlamento.

Il governo britannico ricorrerà in appello contro la sentenza: "Il governo è deluso dal giudizio della Corte - si legge in una dichiarazione dell'esecutivo di Theresa May - il Paese ha votato per uscire dall'Unione Europea in un referendum approvato da un atto del Parlamento. E il governo è determinato a rispettare il risultato del referendum". La Corte Suprema dovrebbe esaminare l'appello ai primi di dicembre. Nella sentenza dell'Alta Corte, letta dal presidente dell'Alta Corte, Lord Thomas of Cwmgiedd, si afferma che "la norma fondamentale della Costituzione del Regno Unito è che il Parlamento è sovrano".

"La Corte non accetta l'argomento presentato dal governo - si legge nella sentenza - e non c'è nulla nell'European Communities del 1972 che lo sostenga".

"Il governo non ha il potere, in base alla prerogativa della Corona, di annunciare l'avvio dell'articolo 50 per il ritiro del Regno Unito dalla Ue", ha concluso il lord chief justice. Il giudizio è quindi una dura sconfitta per la premier May e, se non verrà ribaltata in appello, minaccia di far saltare i piani del governo di avviare i negoziati, come annunciato, il prossimo marzo, dando al Parlamento il pieno controllo del processo.

Intanto, nuova gaffe per il ministro degli Esteri della Gran Bretagna Boris Johnson che ieri sera, nel corso dello Spectator Parliamentarian of the Year, ha affermato che la Brexit sarà un "successo titanico".

Già famoso per i suoi eccessi, le sue dichiarazioni pesanti e i suoi capelli biondo platino arruffati, l'ex sindaco di Londra, accettando il premio 'Comeback of the Year e parlando della sua speranza di durare più a lungo di Michael Heseltine, ha parlato di come vede l'uscita della Gran Bretagna dall'Unione europea. "Brexit significa Brexit, e il governo ne farà un successo titanico", ha detto Johnson.

Una dichiarazione che ha sollevato l'ilarità del pubblico presente che, pensando allo sfortunato viaggio inaugurale del Titanic nel 1912, ha urlato: "E' affondato!".

Anche il primo ministro Theresa May, riferiscono i giornali inglesi, si sarebbe messa "letteralmente la testa tra le mani" ascoltando la frase. Dopo che gli è stato fatto notare di aver usato un termine poco opportuno, Johnson ha cercato immediatamente di correggersi, ricordando che "la mostra sul Titanic in Irlanda del Nord è stata l'attrazione turistica più popolare della provincia. Noi ci accingiamo a fare della Brexit un 'colossale' successo".

Malta, precipita aereo: 5 morti

Sono cinque i morti dell'incidente aereo avvenuto oggi a Malta. Il velivolo militare è precipitato vicino alla pista di atterraggio poco dopo il decollo alle 7.10 circa ed è stato subito avvolto dalle fiamme.

Secondo i media locali l'aereo, noleggiato in Lussemburgo e diretto in Libia, doveva essere utilizzato dai funzionari di Frontex. La notizia è stata poi smentita su Twitter dall'agenzia europea della guardia frontiera e costiera. "Nessun membro del nostro staff è rimasto coinvolto nell'incidente aereo che si è verificato a Malta", ha precisato Frontex su Twitter.

Anche il Servizio Europeo per l'Azione Esterna ha chiarito che il velivolo precipitato "non era collegato ad alcuna delle attività dell'Ue". "Le nostre più profonde condoglianze vanno alle famiglie e agli amici di coloro che hanno perso la vita nell'incidente", ha affermato il portavoce del Seae. L'Alto Rappresentante dell'Ue per gli Affari Esteri, Federica Mogherini, è ora in contatto con le autorità maltesi e seguirà da vicino gli sviluppi.

ExoMars, Schiaparelli si è schiantato a 300 km/orari

Il lander Schiaparelli della missione europea ExoMars si sarebbe schiantato su Marte a 300 chilometri l'ora e a riprendere il punto di impatto è stato il satellite della Nasa Mro. La fotocamera dell'orbiter della Mars Reconnaissance Orbiter, ha annunciato la Nasa, ha ripreso "due spots sulla superficie del pianeta rosso che sembrano riconducibili a un punto di impatto su Marte il 19 ottobre del lander europeo Schiaparelli della missione ExoMars". La fotocamera Ctx a bassa risoluzione a bordo della sonda Mro ha scattato immagini del sito di atterraggio previsto dal modulo europeo, il Meridiani Planum. 

L'immagine rilasciata ha una risoluzione di 6 metri per pixel e mostra "due nuovi dispositivi sulla superficie rispetto a un'immagine scattata nel maggio di quest'anno" riporta l'Agenzia Spaziale Europea sul suo sito. Nelle immagini Nasa si notano due caratteristiche, una appare più luminosa "e può essere associata con il diametro del paracadute di 12 metri utilizzato nella seconda fase della discesa di Schiaparelli" afferma l'Agenzia Spaziale Europea. "L'altra novità - prosegue l'Esa - è una macchia scura sfumata di circa 15 x 40 metri di dimensione situata a circa 1 km a nord del paracadute. Questo può essere interpretato come derivante dall'impatto al suolo del modulo Schiaparelli, il che dimostrerebbe una caduta assai più lunga del previsto, dopo che i propulsori sono stati spenti prematuramente".

Le stime, riferisce ancora l'Esa, sono che Schiaparelli sia caduto "da un'altezza tra i 2 e i 4 chilometri, quindi un impatto a notevole velocità, superiore a 300 km/h. E' anche possibile che il lander sia esploso al momento dell'impatto. Queste interpretazioni preliminari saranno perfezionate a seguito di ulteriori analisi. Uno sguardo più da vicino sarà possibile la prossima settimana con HiRise, la fotocamera a più alta risoluzione a bordo Mro.

L’Isis fa strage di civili a Mosul

Di fronte all'avanzata delle forze della coalizione verso Mosul, lo Stato Islamico ha ucciso, in una esecuzione di massa, 284 uomini e ragazzi. Lo riporta la Cnn che cita una fonte dell'intelligence irachena che spiega che le vittime erano state catturate in rastrellamenti per essere usati come scudi umani contro gli attacchi che stanno costringendo le forze dell'Is a lasciare le zone meridionali di Mosul.

Le esecuzioni di massa sono avvenute ieri e giovedì all'interno del compound che ospitava la Facoltà di Agraria della città, e i militanti dell'Is hanno usato un bulldozer per seppellire i corpi in una fossa comune. Tra le persone uccise vi sarebbero anche dei bambini.

La denuncia arriva dopo che le Nazioni Unite hanno espresso "profonda preoccupazione" per il fatto che l'Is abbia preso in ostaggio 550 famiglie nella zona di Mosul per usarle come scudi umani. Duecento famiglie sono state sequestrate nel villaggio di Samalia e 350 in quello di Najafia in un'operazione che appare essere tesa "ad impedire che i civili possano fuggire", ha detto Ravina Shamdasani, vice portavoce dell'Ufficio Onu per i Diritti Umani.

Iraq, raffica di attacchi Isis a Kirkuk

MOSUL. Kirkuk nel mirino dell'Isis. Almeno 16 impiegati sono morti nell'attacco contro un impianto per la produzione di energia elettrica a Dubiz, a nord della città. Lo ha riferito Abdullah Nour Eddin, capo della polizia locale, in un comunicato. "Tre attentatori suicidi - si legge nella nota - hanno colpito l'impianto e hanno ucciso 12 ingegneri e tecnici iracheni e quattro iraniani. Le forze di sicurezza sono intervenute, uccidendo uno degli attentatori, mentre gli altri due si sono fatti saltare in aria".

L'Isis ha anche rivendicato, tramite l'account della loro agenzia Amaq sui social media, l'assalto con fucili e bombe contro un compound della polizia. Le esplosioni hanno colpito anche altre luoghi della città, come edifici governativi, mentre scontri a fuoco sarebbero tuttora in corso, secondo testimoni citati dai media locali. La tv curda Rudaw ha mostrato immagini di colonne di fumo nero sulla città, mentre si sentono in lontananza rumori di spari.

L'attacco a Kirkuk arriva mentre le truppe irachene e quelle della regione del Kurdistan avanzano verso la città di Mosul, roccaforte irachena dell'Is. Sembra quindi trattarsi di un tentativo di distogliere i militari da quell'operazione, aprendo un nuovo fronte di battaglia.

Le forze di sicurezza irachene avrebbero ucciso "tutti i militanti dell'Is" che all'alba hanno attaccato alcuni edifici governativi e militari a Kirkuk, nel nord dell'Iraq, riporta la tv curda Rudaw. Il primo edificio a essere attaccato è stata l'ex sede centrale della polizia. I jihadisti, che hanno fatto ricorso anche a kamikaze, sono riusciti a occupare l'edificio per alcune ore, prima di essere respinti dalle forze speciali anti-terrorismo. Almeno tre autobomba sono state fatte esplodere nell'attacco, che ha preso di mira anche l'impianto per la fornitura di corrente elettrica della zona di Dubiz. L'attacco all'impianto si è concluso con l'uccisione di quattro jihadisti, come ha confermato il governatore di Kirkuk, Najmaldin Karim. "Ci aspettavamo - ha detto Karim alla tv Rudaw - che cellule dormienti dell'Is attaccassero prima o poi Kirkuk, ora che l'offensiva di Mosul è cominciata. (I jihadisti, ndr) vogliono sollevare così il loro morale". Il governatore ha aggiunto che nelle aree in cui si temeva che la situazione degenerasse "le forze di sicurezza sono invece riuscite a riportare tutto sotto il loro controllo. I militanti non sono riusciti a prendere il controllo di alcun edificio".

L'Associazione sunnita per i beni religiosi di Kirkuk ha disposto la chiusura delle moschee della città e l'annullamento della preghiera del venerdì, per il rischio che i fedeli vengano presi di mira dai jihadisti dell'Is con nuovi attacchi, come quelli iniziati all'alba nel centro della città e nei suoi dintorni. Lo riporta la tv curda Rudaw, la quale aggiunge che la situazione a Kirkuk resta tesa e che foto inviate dai residenti mostrano militanti dell'Is che si aggirano in alcune strade e in alcuni quartieri residenziali della città.

Obama: non possiamo affidare i codici nucleari a Trump

Barack Obama contro il senatore della Florida Marco Rubio: intervenendo a Miami, il presidente americano ha ricordato come l'ex avversario del tycoon alle primarie - tuttora suo sostenitore - dicesse che non è possibile affidare i codici nucleari ad un individuo stravagante come Trump. "Io concordo con il senatore americano, un Repubblicano, che un po' di tempo fa ha detto che non possiamo permetterci di affidare i codici nucleari degli Stati Uniti ad un individuo stravagante", ha affermato, nel corso di un comizio a sostegno di Hillary Clinton, tenuto alla Florida Memorial University. "A proposito, sapete chi lo ha detto? Marco Rubio".

Rubio, ha poi ricordato Obama, definì Trump un pericoloso artista della truffa che aveva impiegato la sua carriera a prendersela con i lavoratori. "Come può definirlo un artista della truffa e pericoloso e obiettare a tutte le cose controverse che ha detto, e poi dire: "Comunque voterò per lui"?", si è chiesto Obama. "Questo è l'indizio di una persona che dirà qualunque cosa, farà qualunque cosa, sosterrà di essere qualunque cosa pur di essere eletto. Se sei disposto a essere chiunque pur di essere qualcuno, allora non eserciti la leadership di cui la Florida ha bisogno nel Senato americano".

L'attacco a Rubio - commenta il New York Times - dimostra come Obama voglia estendere l'atto di accusa contro Trump al Partito Repubblicano, una parte del quale continua a sostenere il candidato, anche dopo le ultime polemiche che lo hanno coinvolto. Rivolto alla folla di circa 2.800 persone che lo ascoltava, Obama si è chiesto come i Rapubblicani possano sostenere un candidato che chiama le donne maiali, minaccia di ridurre al silenzio la stampa, vuole far incarcerare i suoi oppositori, espellere i musulmani dal paese e si arruffiana il leader russo. "Se avete dedicato la vostra carriera a idolatrare Ronald Reagan, dove eravate quando il vostro candidato alla presidenza si ingraziava Vladimir Putin, l'ex ufficiale dek KGB?".

"La retorica elettorale di Donald Trump è pericolosa" - ha poi concluso Obama, secondo il quale il tycoon sta seminando il seme del dubbio nella mente delle persone circa la legittimità delle elezioni, minando la democrazia americana e fornendo una spinta ai nemici del paese. "Sta facendo il lavoro dei nostri avversari - ha detto il presidente degli Stati Uniti - perché la nostra democrazia dipende dalle persone che sano che il loro voto conta".

Clinton-Trump, ultimo faccia a faccia tra accuse reciproche

"Considererò la cosa al momento, manterrò la suspense". Così Donald Trump si è rifiutato di dire se accetterà il risultato delle elezioni, che continua a definire 'truccate', durante il terzo e ultimo dibattito presidenziale che è stato ancora una volta caratterizzato dai colpi bassi e dai toni durissimi e scorretti.

Il candidato repubblicano ha definito gli immigrati 'hombres', termine suonato offensivo verso gli ispanici, e Hillary Clinton una 'nasty woman', una donna cattiva. La candidata democratica, da parte sua, ha chiamato Trump "burattino di Putin" in un nuovo scontro tra i due sulla questione dei rapporti con la Russia.

Ma lo stile aggressivo e la velata minaccia di non riconoscere il principio chiave del processo democratico americano, la correttezza del processo elettorale, da parte di Trump, sembra non aver pagato: secondo il poll realizzato dalla Cnn, subito dopo la conclusione del dibattito all'università di Las Vegas, il 52% dei telespettatori ha dato la vittoria a Clinton e solo il 39% al repubblicano.

Le parole di Trump sulla possibilità di non riconoscere il risultato delle elezioni in caso di sconfitta sono state definite "terrificanti" da Clinton, ricordando come il miliardario ogni volta che perde lancia accuse di sistema truccato, "anche quando non ha vinto un Emmy" per il suo programma televisivo 'The Apprentice'.

Arrivata al dibattito forte di un vantaggio sempre crescente sul repubblicano, travolto nelle ultime settimane dalle accuse di molestie sessuali, la democratica ha ribadito la sua fiducia nel sistema elettorale. "Funziona da 240 anni - ha detto - abbiamo avuto elezioni libere ed eque e abbiamo accettato i risultati anche quando non li abbiamo graditi. Ed è quello che si aspetta che faccia chiunque partecipi ad un dibattito elettorale".

"Sta denigrando, screditando la nostra democrazia - ha aggiunto riferendosi a Trump - sono sconvolta dal fatto che il candidato di uno dei due partiti principali assuma una posizione del genere".

Il dibattito della notte scorsa in Nevada era iniziato con toni più civili e calmi dei due precedenti dibattiti, con Trump che è apparso, nelle fasi iniziali, più disciplinato, capace di non perdere il controllo e invece di puntare alle debolezze dell'avversaria. Ma è durato poco: nel corso dei 90 minuti del confronto, il miliardario ha cominciato a perdere la pazienza, ad attaccare Clinton e anche il moderatore del dibattito, l'anchorman di 'Fox News', Chris Wallace.

Sicurezza in allerta: si teme ritorno di "foreign fighters" dall'Iraq

ROMA. Il "presumibile ritorno verso i Paesi Ue e quindi anche verso l'Italia" dei foreign fighters in fuga dalle aree di Iraq e Siria liberate dalla presenza dello Stato Islamico tiene in allerta gli apparati di sicurezza del nostro Paese.

Il timore, ma fonti qualificate parlano all'Adnkronos di "ragionevole certezza", è che si assista nelle prossime settimane ad una sorta di 'ondata di ritorno' in direzione delle nazioni di provenienza, causata dagli sviluppi dell'offensiva della coalizione internazionale su Mosul e dalla situazione sul terreno in Siria.

I dispositivi di vigilanza e il monitoraggio della possibile minaccia, quindi, saranno ulteriormente affinati. E non è escluso che il tema sia tra gli argomenti principali in una delle prossime riunioni del Casa, Comitato di Analisi Strategica Antiterrorismo.

Per quanto riguarda l'Italia, i numeri non sarebbero rilevanti come in altri Paesi. I foreign fighters 'italiani', vale a dire i combattenti di nascita italiana o i jihadisti stranieri che per un certo periodo hanno soggiornato nel nostro Paese, sarebbero un centinaio in tutto, ma non si esclude che la cifra possa essere più alta.

Numeri in ogni caso molto inferiori al fenomeno registrato in Belgio, Francia, Germania e Gran Bretagna, da dove in questi anni sono partiti per le zone del fronte almeno 3.000 combattenti, quasi i due terzi dei 4.300 jihadisti che in questi anni hanno lasciato l'Europa per unirsi al Califfato.

Gli apparati di sicurezza, scandagliando il web, stanno registrando da tempo segnali di progettualità bellicosa, soprattutto nei post sui social in cui si invita chi vive in Paesi non musulmani ad emigrare "presto" per l'arrivo di una guerra "che porta sangue". In particolare, la propaganda si indirizza in questa fase verso la Spagna, con l'esortazione ai militanti a riconquistare al-Andalus, il nome che i musulmani diedero alla parte di Penisola iberica sotto il loro controllo tra l'ottavo e il quindicesimo secolo.

"In questa fase - rileva all'Adnkronos Andrea Margelletti, presidente del Cesi, Centro Studi Internazionali- l'apparato di propaganda del Califfato ha una duplice necessità: dimostrare di essere sempre in vita nonostante i passi indietro registrati sul terreno e dare un messaggio ben preciso: il movimento è comunque impermeabile alle contingenze".

"In questo senso -osserva- il possibile ritorno dall'Iraq e dalla Siria potrebbe avere una valenza specifica, quella di affermare che si tratta di un'organizzazione presente non solo nelle zone di guerra ma anche a Parigi, Madrid, Bruxelles, Berlino, Roma, Milano. Gli slogan sottintesi sono: 'voi potete avere la terra ma non potete avere noi: per quanto potrete controllare il territorio? Quanto reggerà un'alleanza innaturale tra russi, curdi, turchi, americani? Sono più forti le nostre convinzioni o le vostre fragilità?'".

"Il jihadista che torna 'a casa' in Europa -ragiona Margelletti- è adesso ancor più pericoloso perché in questi mesi si è caricato di odio ideologico, alimentato anche dalla rabbia di non aver potuto contribuire a realizzare lo Stato Islamico che voleva costruire. Ecco perché c'è il rischio che qualcuno voglia mettere in pratica il progetto di trasferire nelle nostre città ciò che si vive oggi ad Aleppo, con autobombe ed attentati che puntino a riprodurre nei Paesi occidentali la situazione esistente in Siria o in Iraq".

Ha subito il trapianto del pene, ora sta per diventare papà

A soli 3 mesi dall'intervento di trapianto di pene ha potuto recuperare una piena funzionalità urologica e sessuale, e ora sta per diventare padre. E' il caso di un giovane 21enne al quale era stato amputato il pene 3 anni fa per complicazioni dopo una circoncisione. E' stato il primo trapianto di pene nella storia, eseguito in Sudafrica nel dicembre 2015 dall'urologo André Van Der Merwe che lo definì "un miracolo". A 10 mesi di distanza, l'autore dell'impresa è stato ospite dell'89esimo Congresso nazionale della Società italiana di urologia (Siu), in corso a Venezia, per discutere gli ottimi risultati di quel primo tentativo.

Da allora il trapianto è stato affrontato altre 3 volte nel mondo, su altri pazienti giovani che stanno rispondendo molto bene - spiegano i medici - a un'operazione che rappresenta una speranza per tutte le vittime di traumi genitali dovuti a circoncisioni mal condotte e ferite di varia natura, e per chi soffre di patologie gravi, dal tumore del pene ad anomalie genetiche. Al giovane paziente era stato amputato il pene a seguito di un'infezione estesa provocata dall'uso di strumenti rudimentali e non adeguatamente sterilizzati per la circoncisione, e i medici hanno raccontato che erano riusciti a salvare soltanto un centimetro dell'organo. Il pene da trapiantare è stato prelevato da un cadavere e l'intervento microchirurgico è durato 9 ore.

"La chirurgia ricostruttiva ha fatto un vero e proprio miracolo - afferma Vincenzo Mirone, segretario generale Siu - Il tessuto cavernoso umano responsabile dell'erezione è estremamente delicato e complesso. Le tecniche usate da Van Der Merwe e dai suoi colleghi dell'università di Stellenbosch sono molto simili a quelle impiegate per il trapianto di faccia: la vera sfida, infatti, è riuscire a unire tra loro vasi e nervi dal diametro inferiore ai 2 millimetri".

Riguardo al primo trapiantato, prossimo alla paternità, il segretario Siu fa notare che "il giovane non ha ancora recuperato la sensibilità al 100%, proprio perché i nervi sensoriali sono estremamente sottili e si deteriorano molto velocemente, ma è possibile che nell'arco di un paio di anni riesca a tornare ad avere anche una sensibilità normale. Intanto - continua Mirone - in appena 3 mesi ha recuperato una piena funzionalità urologica e sessuale che gli ha consentito di avere erezioni e rapporti sessuali pressoché normali: a dimostrazione della ritrovata qualità di vita e della riuscita dell'intervento, il paziente sta per diventare padre".

"I risultati dipendono molto dalla condizione di partenza - osserva lo specialista - sono ovviamente migliori su persone giovani e sane e soprattutto se il trauma è limitato. Un sessantenne iperteso difficilmente potrebbe ottenere un recupero brillante come quello del primo paziente operato. L'intervento costituisce una svolta importante per gli uomini che per esempio perdono l'organo a seguito di circoncisioni finite male: sono eventi tutt'altro che rari in Paesi dove questo rito è comune e viene eseguito senza particolari precauzioni igieniche. Nel solo Sudafrica si stimano almeno 250 casi ogni anno.

"Altre situazioni che possono portare all'amputazione parziale o completa dei corpi cavernosi - prosegue Mirone - sono per esempio i traumi genitali: si stima che nel 20-25% delle vittime di ferite da arma da fuoco in sparatorie ci sia il coinvolgimento degli organi genitali, perciò i numeri sono certamente consistenti in tutto il mondo. Anche i pazienti con tumori rari del pene o anomalie genetiche sono possibili candidati al trapianto. L'intervento, perciò, rappresenta una speranza per molti uomini che hanno una qualità di vita drammaticamente bassa e come unica alternativa l'uso di una protesi".

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