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I tesori dei furbetti in una selva di leggi

Opinionista: 

Mai come in questi ultimi mesi, più degli stessi anni di tangentopoli, si è tanto parlato di corruzione e su come efficacemente fronteggiarla. Allo stesso tempo, mai come in quest’ultimi mesi, più degli stessi anni di tangentopoli, occorre ribadirlo, i reati di corruzione sono aumentati. A questo punto qualcosa non va: o le leggi in vigore sono inadeguate o non si riesce ad applicarle, a farle rispettare. A dare una risposta convincente è il sostituto Procuratore della Repubblica di Roma Paolo Ielo, il quale, nel corso di un convegno a Napoli, ha detto: «Il terreno di cultura della corruzione è la selva di leggi, di norme e di regolamenti; lo Stato in questo modo ci rende sudditi, favorendo i corrotti». Tre secoli addietro lo sostenevano anche alcuni illuminati pensatori del’ 700 napoletano, i quali mettevano in guardia dai bizantinismi dei legislatori. Ma nessuno vi ha mai dato peso. In attesa della nuova legge sulla prevenzione, non sarebbe il caso che si puntasse anche, e di più, sul recupero dei “bottini”, di quattrini rubati o spillati? A sentire la Corte dei Conti, per larga parte, non restituiti. È giunto il tempo di prendersene cura, tanto più che molti furbetti - divenuti nullatenenti - invece di darsi un codice di autodisciplina, che non è un invito a scomparire ma a non comparire, non disdegnano, in vista di ogni consultazione elettorale - come diceva l’indimenticabile professor Antonio Guarino con la consueta eleganza lessicale - “a impancarsi a giudici e a precettori”. Nessuno pretende che costoro finiscano a mostrare le loro chiappe nude in pubblico, come avveniva per gli insolventi della Napoli vicereale, davanti alla “colonna infame” della Vicarìa, facendo così bene intendere di non avere più nulla; ma non è neanche giusto sorvolare su quest’assurdità tutta italiana. Giova ricordare, sperando che se ne ricordino, che, nei programmi di Grillo, vi era un precetto molto condiviso, poi inspiegabilmente persosi per strada: far pagare fino all’ultimo centesimo tutti quelli che hanno fatto cassa con la corruzione. L’idea, a suo tempo, suscitò molto favore, costituendo una sorta di compensazione a fronte di chi si ritrova addizionali regionali e comunali sempre più alle stelle. Stesso discorso vale per un tesoro, quello della Anbsci - Agenzia Nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata - mal utilizzato; che, oltre a contare su una decina di migliaia di immobili, ha in cassa oltre tre miliardi di euro, di cui 978 milioni e tanto altro, con cui si potrebbero alleviare sacrifici delle fasce più deboli: una prateria sterminata poco però fruttuosa. Ma anche qui c’è un mistero: ogni volta le sue utili iniziative si arenano nella ragnatela di una legislazione, che lascia le cose come stanno. E quel che più indigna: il Paese sempre più nudo.