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L’ora di rinsavire prima del baratro

Opinionista: 

U n morto così vivo non s’era mai visto. Dopo aver vinto anche in Basilicata grazie ai voti del centrodestra unito, Salvini ha avuto la sfrontatezza di dichiarare «morto» il centrodestra stesso. Ma se il centrodestra è morto e quello con M5S è solo «un contratto», allora è lecito chiedersi quale sia il quadro di riferimento valoriale e programmatico nel quale si muove il gran capo del Carroccio. Sicuri che questo quadro esista? Sicuri, cioè, che il leader leghista non sia pronto a sostenere tutto e il suo contrario, pur di rincorrere quel che la gente vuol sentirsi dire? Guardate cos’è accaduto sulla cittadinanza a Ramy, il 13enne eroe del bus della paura: in una manciata di ore è passato da «parente di pregiudicati e noi la cittadinanza non la regaliamo» ad essere «un figlio». Come mai tanta coerenza in così poco tempo? Semplice: la maggioranza degli italiani non voleva saperne di ostacoli alla cittadinanza per i ragazzini che hanno evitato la strage. Così il ministro si è immediatamente allineato, negando con disinvoltura ciò che aveva sostenuto solo poche ore prima. Del resto, che da questo punto di vista il capitano abbia qualche problemuccio è la sua storia politica a dimostrarlo: era antimeridionale e ora si atteggia a difensore del Sud; faceva l’antiamericano e ora è pro Trump; era no euro, ora è sì euro; ripete che destra e sinistra non esistono più, eppure a ogni vittoria sottolinea di aver «battuto la sinistra»… Avanza il dubbio, dunque, che dietro Salvini non ci sia un pensiero strutturato, una visione del mondo, una cultura politica, una vera idea di società da proporre, ma solo tattica. Comunque, per essere «morto» il centrodestra non se la passa poi tanto male. Dal 4 marzo ad oggi non ha fatto altro che inanellare vittorie. Rinnegarlo, ma al tempo stesso godere di tutti i benefici che comporta la partecipazione alla coalizione con Berlusconi e Meloni, equivale a sputare nel piatto dove si è mangiato e si continua a mangiare con gran soddisfazione di Giunte e assessori. Come minimo è ingeneroso. Come massimo - diciamolo - fa un po’ schifo. Un leader che ripudia gli elettori dei partiti alleati che lo hanno fatto vincere che leader è? Qual è la sua idea di lealtà? O l’unica lealtà conosciuta da Salvini è quella nei confronti dei grullini? E quegli elettori che hanno votato Lega, convinti che così facendo avrebbero rafforzato il centrodestra? Tutti gabbati? Davvero Salvini vuol mandare al macero il centrodestra? E per far cosa? Un’alleanza stabile con Di Maio? Urge chiarezza. Il capo leghista non può continuare ad essere l’uomo delle contraddizioni: invoca investimenti, salvo scrivere una legge di Bilancio dove non ce n’è neanche uno; chiede un decreto sblocca cantieri, come se negli ultimi 10 mesi avesse governato un suo sosia; si presenta come il campione del sovranismo, ma aumenta la dipendenza dell’Italia dai mercati finanziari attraverso l’incremento record del debito pubblico; si dice garantista, poi vota la legge grillina sulla prescrizione per il processo a vita. Si potrebbe continuare per molto. Ormai sembra la Virna Lisi del tempo che fu: con quella bocca può dire ciò che vuole. Sì, ma fino a quando? Fino a quando, complice la ricetta economica fallimentare dei pentaleghisti, non sbatteremo contro gli scogli della realtà. Cosa che avverrà in autunno, quando si dovrà mettere mano a una legge di Bilancio da 35 miliardi. Allora bisognerà saldare il conto. E dovranno farlo famiglie e imprese. Che ora Salvini abbia sposato il linguaggio di Renzi, apostrofando come «gufi» quelli che si limitano ad avvertirlo che a botte di spesa corrente, debito fuori controllo e crescita zero rischiamo una crisi durissima, è un pessimo segnale. Ci stiamo cacciando in un brutto pasticcio. Il tempo si sta inesorabilmente consumando. Non sarebbe il caso di rinsavire?