Sabato 21 Ottobre 2017 - 1:31

La nostra società guarda indietro

Opinionista: 

Orazio Abbamonte

Se c’è un indice attendibile circa le possibilità che una società ha di mirare al proprio successo, quello si trova in quanto sia puntata sul proprio futuro. Non pochi anni fa, un presidente della Repubblica che non merita d’essere ricordato per molto altro, in un suo libro di memorie – per il resto assai poco sincero – si lasciò andare ad una scorata confessione: raccontò che quando si recava in giro per il mondo in rappresentanza dell’Italia, si sentiva considerato più come il direttore d’un museo archeologico che come il massimo esponente del Paese: i suoi interlocutori erano interessati esclusivamente ai nostri preziosi reperti ed agli infiniti tesori d’arte dei quali siamo depositari. Per tutto il resto, per tutto ciò che in fin dei conti fa d’una nazione una realtà dei propri tempi, nulla. Quel presidente si chiamava Oscar Luigi Scalfaro (ed ha contribuito per come ha potuto ai nostri disastri) ed i giorni ai quali alludeva erano quelli della gloriosa Tangentopoli. Se dovessi dire – a distanza di circa un quarto di secolo – il mio Paese non mi sembra molto diverso. Anzi. La nostra è una società che guarda indietro. È una società che tende a difendersi dal nuovo, che teme il nuovo. Tutto quel che sa di riforma, è allegato a sospetto, quasi si tratti d’un nemico che s’insidia in uno splendido tessuto, per lacerarne il fine ordito. Dietro ogni riforma si vedono disegni sinistri di callidi aspiranti dittatori; dietro ogni novità, interessi deviati di vampiri del potere che vogliono appropriarsi della linfa pura, secreta dal pubblico bene. Una resistenza generalizzata al nuovo attraversa ogni ambiente. Al contrario, l’esercizio della critica nei confronti dell’attualità – della putrida palude d’interessi che soffoca ogni iniziativa, soverchiandola di stantie forme giuridiche utili solo ad avvantaggiarne i gestori – l’esercizio di questa critica è praticamente inesistente. Ed uso “praticamente” in senso molto tecnico: perché se anche siamo in grado d’osservare il degrado, ogni qual volta si tratta d’intervenirvi, ci tiriamo indietro spauriti. Il presidente eletto degli Stati Uniti Donald Trump – eletto in un Paese che per antonomasia guarda al futuro – formula proposte che guardano in avanti: si rivolge a politiche di apertura verso paesi che il perbenismo mondiale tiene formalmente in angolo, salvo a commerciarvi al mercato nero; formula proposte per favorire l’investimento interno; rompe gli schemi, per sviluppare fiducia. Tutto politica, insomma, avanzamento e rinnovazione: si potrà condividere o contestare, ma si tratta di politica, di costruzione d’un fiducioso futuro. Non mancano, anche in quelle proposte, sciocchezze isolazioniste, ma prevale di certo la propositività e, se non erro, sono funzionali ad essa. Guardiamo a noi, pur facendo le dovute proporzioni. Di che si parla? Di abbattere Renzi, magari per sostituirlo con Franceschini; di potenziare il sistema espulsivo degli immigrati, nascondendoci quanto di essi utilizziamo e quanto potrebbe essere valorizzato; di trovare un marchingegno elettorale, che sia in grado di contenere l’ondata degli improbabili Cinque stelle; di pronosticare la durata d’un Governo inesistente, magari legandolo al criterio della pensione che maturerebbe per i parlamentari (poche centinaia di euro, sempre che il Signore li mantenga in vita fino al 65esimo anno d’età). Abbiamo addirittura un ministro del Lavoro (così un tempo si chiamava quel dicastero) che non avverte il senso minimale della propria funzione e che quindi ha l’ardire di compiacersi pubblicamente dell’emigrazione professionale di connazionali (un tempo si sarebbe detto compatrioti), che a spese della nostra comunità si sono formati e che, in ragione d’un inestirpabile personalismo e familismo son costretti a dispensare all’estero le energie che qui hanno acquisito in lunghi anni di formazione. Non sono cose dappoco quelle qui sopra osservate: soprattutto perché sono cose emblematiche, vale a dire situazioni che come punte di iceberg non potrebbero emergere se non fossero sorrette da una piattaforma sommersa di grande estensione e di medesima composizione. Il nostro è un Paese che non sa pensare al futuro – e che teme il futuro. Che ancora confida sulla possibilità giudiziaria o di salvifiche Autorità di risolvere i suoi problemi, dimenticando che la giurisdizione è un correttivo assai marginale che, al massimo, può medicare superficiali ferite. Il problema d’una comunità è nella sua forza morale, una forza che s’inculca e corrobora dai primi anni di vita, attraverso l’esempio dei genitori e l’insegnamento di una qualificata e considerata istituzione scolastica. Una catena difficile da ricostruire, quando s’interrompe. Difficilissimo in una democrazia altamente degradata.

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